di Michele Minisci
Eh, sì! Forse ha ragione Costanza, ma oggi, a distanza di 40 anni, mi ritrovo a celebrare il compleanno del Naima club, il mio club, voluto, desiderato, sognato, idealizzato forse dalle troppe visioni di Casablanca e di quel mitico Ricky’s Bar.E mi ritrovo in mano una realtà forse unica nel nostro Paese, proprio perché nata in una piccola città di provincia, con tutte le difficoltà del caso, conosciuta anche all’estero (ogni tanto ospitavamo comitive da Barcellona, Lille, Monaco, ecc.) per alcuni concerti particolari che faccevamo, per l’atmosfera che si respirava, per l’anima che vi aleggia, per la passione che traspariva in ogni suo angolo.Specialmente dopo che si era “bruciato” il Jazz e abbiamo trasformato il Naima in una Casa del Blues, la prima in Italia, a seguito della folgorazione che ho ricevuto durante il mio primo viaggio «sulla strada» di New Orleans, prima dell’assurda tragedia di Katrina, tra una pentola di gamberoni color rosso fuoco per essere stati a bagno nel peperoncino per tutta una notte, un’enorme tazza di gumbo (una specie di stufato con pezzi di pollo e gamberetti) o una padellata di jambalaya (una specie di paella), tra un concerto di Irma Thomas e i Neville Brothers, la mitica band di New Orleans.E quando una sera, in un piccolo club di Bourbon Street, nel Quartiere Francese, insieme a una trentina di persone ad ascoltare la splendida e suadente voce di Charmaine Neville, vedo salire sul piccolo palco appena rialzato un musicista abbastanza anziano col sax in mano che s’inserisce come se niente fosse nel pezzo che si sta suonando, mentre Giancarlo Trenti, patron della Slang Music e accompagnatore ufficiale in questo nostro primo viaggio nella patria del jazz e del blues, accortosi del mio stupore mi bisbiglia all’orecchio che quello è Charles Neville, il papà di Charmaine, una leggenda del blues, io capisco che quello è il mio mondo, la mia musica, la mia casa.
Ecco perché nel 2005 ho trasformato il Naima in una Casa del Blues, «tra la Via Emilia e il West», come direbbe Guccini, con le pareti su cui spiccano i disegni della Highway 61, la mitica strada del blues che da Memphis porta a New Orleans, cantata da tanti musicisti e rivisitata anche da un certo Bob Dylan in una famosa canzone, e dell’altrettanto mitica SS 9, la Via Emilia, la nostra strada del rock-blues. Su entrambi i lati campeggiano grandi figure di musicisti famosi del blues come Robert Johnson, B.B.King. Louis Armstrong, e del rock, come Ligabue, Vasco, Zucchero, ma anche Guccini e Capossela, nati ai bordi di queste mitiche strade, e sono indicate le città toccate o attraversate dai due fiumi più famosi e importanti del mondo, almeno per me: il Mississippi e il Po, che per molti tratti le bagnano, le accompagnano e fanno loro da sfondo, e che in alcuni punti si assomigliano pure. Be’, non siamo nel Delta del Mississippi, tanto meno a New Orleans, ma con la nostra Casa del Blues, che ha segnato una svolta musicale ben precisa nella programmazione del club, credo che abbiamo creato una certa sintonia anche col modo di vivere, di sentire, di annusare, di assaporare la vita di questa terra, la Romagna. In fondo la musica popolare della Romagna, con le sue polke e mazurche, non assomiglia in certi momenti alla musica folk americana, fatta di fox trot, dixieland e zydeco?
Se vi trovate a cena in un locale della regione Cajun della Lousiana, non potrete fare a meno di pensare a qualche balera romagnola.Credo però che un’altra forte ispirazione mi sia venuta dalla Via Emilia, questo nastro d’asfalto lungo 275 chilometri, questo lungo rigo musicale che da Rimini porta a Piacenza, strada su cui gravitano le più importanti discoteche e balere del nostro Paese, i più famosi music-club d’Italia, le nostre più famose rock e blues star. Una strada che a me è sembrata subito la mitica Highway 61, o la più famosa Route 66.Questa Via Emilia su cui ogni giorno transitano centinaia di migliaia di persone, molte delle quali si riversano sulla Riviera Adriatica, con le loro passioni, i loro sentimenti, la loro ansia di vivere, le loro aspettative, i loro sogni, la loro fame di divertimento, di spensieratezza, in cerca di avventure, odori, sapori forti, suoni: la nostra East Coast. Mancano solo i riti voodoo. Forse.Questa Via Emilia che spesso ci obbliga a una forzatura dettata, ispirata dal nostro immaginario collettivo, dalle nostre letture che parlano della strada, del viaggio, dei sogni, e ci collega idealmente ai luoghi mitici del blues, del jazz, dei grandi spazi che, ai confini della strada, hanno solo il cielo.Questa bassa pianura romagnola che finisce nel Delta del Po, e a me è spesso sembrato il Delta del Mississippi, quasi con gli stessi ritmi, gli stessi odori, suoni, sapori, dove a volte fai fatica a riconoscere i confini, a individuare i limiti, specialmente nelle giornate di nebbia. Ecco perché da queste parti spesso si deborda, ci si lascia andare, si varcano steccati che in altre parti del paese sembrano impossibili da superare.Questa terra dove tutto nasce da un humus comune, da un comune sentire, dalla certezza collettiva che qui la musica, il ballo, la ricerca sonora, la canzone, i sapori, gli odori, e i mutur, siano in fondo… uno straordinario mezzo di comprensione del mondo, un vero amplificatore di sentimenti, un prezioso strumento per la navigazione nel mare della vita.

Eh, sì. Mettetevi in macchina sulla Via Emilia, su questo nastro luccicante d’asfalto ai cui bordi, invece di campi di cotone o cactus, trovate campi di grano o di girasoli e in lontananza, invece dell’arco dei McDonald, le cime dei campanili, con la radio che trasmette una tosta musica blues o rock, e ve ne accorgerete.«Via Emilia, sei lunga un sogno, nastro d’asfalto scuro, colore della notte buia che però non fa paura,ai bordi della strada spesso campanili slanciati per tracciare un confine tra l’anima e la piada.Il respiro affannato che a volte ti ritrovi è per inseguire testarda i destini e le mode,la tua indecisione ormai è assodata, per colpa dei crocicchi, fatti per ingannare, forse predestinata,ma i fianchi delle donne, che ti girano attorno,sempre tondi e incurvati, rimangono certezza, forse l’unica… mai dimenticata». Così cantava uno sconosciuto e ispirato cantante di liscio qualche anno fa, alle Cupole di Castel bolognese.
E quando le note cominceranno a bruciare la strada e faranno volare il tempo, vi sembrerà a volte di sentire, oltre l’argine di un canale, anche lo sferragliare di una vecchia locomotiva, o i passi cadenzati degli hobo, pronti a saltare sul primo vagone merci di passaggio, o lo stridere dei pneumatici di una Mustang rossa decappottabile che vi taglia la strada.Ecco perché su questa via, la SS 9, la Via Emilia, abbiamo dato vita a questo nostro club: per accogliere viandanti affamati di cajun e assetati di zydeco, ma che hanno nel loro Dna arcaiche tracce di fox trot, mazurche, polke e anche un po’ di dixieland.


