INTRODUZIONE( di Francesco Giardinazzo *)
Per prima cosa, bisognerebbe far lavorare l’immaginazione, sospendere l’incredulità e sentirsi di casa dove non ci si crederebbe di poter stare. Se questo vi riesce, allora potete capire davvero cosa vuol dire la storia che queste pagine raccontano. Michele Minisci ha fatto tutte queste cose, e in più le ha fatte diventare il “Naima”, nome magico ed esotico, tanto più magico ed esotico se pensiamo che è allignato in un angolo tranquillo della Romagna, trasformando il fiume Montone nel Mississippi e la via Emilia nella Route 66 o nella Highway 61. E a questo sogno ci hanno creduto in tanti, eppure l’elenco pare incredibile, inaugurato com’è da Chet Baker, astro splendente di quella musica che ci ha fatto crescere dentro una nostalgia che altrimenti non ci sarebbe, come questo posto, che è il posto naturale di questa nostalgia, dove la musica è padrona accogliente e ospitale, dove generazioni di desideri, sogni, vittorie e sconfitte hanno avuto la luce del palcoscenico e i bicchieri per brindare o dimenticare.
La storia importante del Naima è la storia di 40 anni di sfide regolarmente combattute da Michele contro ogni evidenza e buon senso. Ma per seguire un sogno, il buon senso e l’evidenza non servono, e se molti si sono premurati di spiegare che i mulini a vento non sono giganti, Michele i giganti veri li ha portati qui a suonare, mentre agli altri è rimasto solo il ventilare inutile delle loro cautele e niente più.Il luogo di questa epopea, il Naima appunto, è il segno tangibile ed evidente che la storia e la memoria della musica che davvero ha cambiato gli anni in cui è stata vissuta ed ascoltata è un documento vivente che di anno in anno ha ospitato pagine appassionate, che ha vestito la nostra realtà di abiti altrimenti difficili o impossibili da indossare, portando Forlì a far parte di una geografia dell’immaginario che confonde latitudini e confini, che fa del palcoscenico – amerebbe dire Shakespeare – quella piccola “o” di legno che la fantasia trasforma in reami favolosi e terre ancora da scoprire. E tutti gli crederemmo.

Così, il Naima ha dato senso ad un luogo, cioè al nostro modo di essere che coincide con il nostro modo di vivere, ha fatto di Forlì una città fatta di molte e stratificate metropoli, il Circolo Karl Marx, il Ciaika e la Vecchia Stazione, l’affetto di Martin Scorsese e il Liveinvolvo di Vinicio Capossela; la storia di una musica che ha cercato il mainstream è l’ha trovato anche a costo di bilanci in rosso e detriti a frenare la corrente, conti che non tornano e soddisfazioni difficili da raccontare a meno che uno non possa dire “Io c’ero”…La storia di un locale dove si fa musica è molto difficile da raccontare proprio perché il documento principe che non si può allegare è ciò che si è ascoltato in una determinata sera di un determinato anno.
Non si possono raccontare le voci, gli umori, gli strepiti, e meno che mai le sbronze di una jam session non prevista e sfibrante di umidità e risate…Com’è facile intuire, lo show business ha delle regole precise e durissime, spacca la schiena e brucia gli occhi, fa imprecare e piangere di gioia o di amarezza, ma…volete mettere quando per un momento il brusio cala all’improvviso come se il vento si fermasse di botto in mezzo al buio della sala, si accende lo spot a centrare con esattezza geometrica il fuoco del palcoscenico e arriva, in carne ed ossa, quello che fino a ieri o quello stesso pomeriggio era una faccia su una copertina o una voce esalata maniacalmente migliaia di volte dai solchi induriti di un vinile. Quello è un momento, parziale finché si vuole, ma è un momento che colma una lacuna del cuore, è il farsi finalmente concreto di una personalità che abbiamo immaginato all’infinito come i personaggi dei romanzi letti da ragazzi, una fantasmagoria che finalmente, e lo vedi lì davanti ai tuoi occhi increduli, finalmente imbraccia una Fender, o una Gibson, oppure soffia in una tromba o fracassa un rullante e la musica diventa vera, concreta, buona da mordere come una pietanza che Michele t’ha cucinato in tutti questi anni di contatti e contratti, telefonate, fax e brochure spedite per mezzo mondo per poterti dare questa soddisfazione di vedere la musica suonare e non più già eseguita, perché l’ascolto viene sempre dopo, è il “dopo” della sua riproduzione meccanica.Lì invece è tutto vero. Non c’è trucco e non c’è inganno.

Dicevo appunto che bisogna avere molta immaginazione e sospendere al tempo stesso l’incredulità. Quanti di noi, molti e molti, sono grati a Michele per aver perpetrato questo miracolo donchisciottesco, di portarci i giganti e di lasciar girare i mulini e la loro sorda molitura senza scopo! Quarant’ anni, quasi mezzo secolo, una pinta di whisky nel bicchiere del tempo. Nettare invecchiato a regola d’arte, in una cantina dove i ferri del mestiere pavesano i muri come gli attrezzi buoni di una volta, che solo i veri artigiani sanno ancora adoperare e far cantare. Quelle bellissime chitarre, voglio dire, e quei parafernalia vari che ci raccontano una storia affascinante e coinvolgente. Se può valere il giudizio di chi scrive, il Naima deve diventare uno di quei luoghi dell’anima che la gente non deve, a nessun costo, lasciare nel dimenticatoio o permettere che si scontri con difficoltà sempre più ingombranti. Sarebbe come spegnere la musica di una città, lasciando soltanto il rumore confuso e senza scopo che rende sordi e che ci fa scordare che sappiamo ancora sognare e soprattutto che i sogni hanno una musica ben precisa: quella che ogni anno il Naima lascia scivolare nel cielo sopra Forlì.
*Docente alla Scuola Superiore di Lingue Moderneper Interpreti e Traduttori dell’Università di Bologna, sede di Forlì


