La notte che si bruciò il Jazz

di Michele Minisci

Era arrivato, però, il momento di darci un’identità, di farci riconoscere. Non potevamo ideare, organizzare, proporre iniziative musicali, eventi, e far arrivare tutto il merito all’Arci.Così radunai gli amici musicisti a casa mia per decidere il da farsi, per darci un nome facilmente riconoscibile, una struttura organizzativa, un nostro marchio di qualità immediatamente identificabile.

Una cena veloce a base di piccantissimi affettati e sottoli calabro-albanesi, in omaggio alla mia origine, e poi, con in mano un bicchiere di Sangiovese o di un celestiale estratto di buccia di arancia o limone, specialità di mia madre (altro che il futuro e tanto reclamizzato limoncello di là da venire!), e via con la discussione, stravaccati su un enorme tappeto di pelle di lupo bianco… sintetico.

Prima di tutto dovevamo trovare il nome da dare alla costituenda «associazione».Il gruppo dei jazzisti (Marietto, Lino, Pigi, Paolo, Riccardino, Gigi) prese subito il sopravvento sparando una raffica di nomi, e io, Renzino e Angelo, cultori della canzone d’autore e del caro, vecchio, intramontabile rock americano, ci trovammo spiazzati ma cercammo di tenere duro.Ma quando, dopo una lunga serie di bocciature e di veti incrociati, Marietto getta sul piatto il nome «Naima», fu come se ognuno di noi lo avesse avuto sulla punta della lingua e non fosse riuscito a tirarlo fuori. Fu una folgorazione. Certo, Naima ricordava il famoso pezzo di John Coltrane, dedicato alla sua prima, bellissima moglie, che si chiamava appunto così, e che a molti di noi piaceva moltissimo. Ma Naima a me evocò subito il volto di una giovanissima cantante afro-americana, coi capelli ricci ricci, eterea, evanescente e nello stesso tempo forte e decisa; lo sguardo duro e tenero allo stesso tempo; mi ricordò melodie dolci e languide ma anche ritmi tribali e percussioni africane; mi suscitò immediatamente sentimenti di dolcezza, di tenerezza e nel contempo di tolleranza e di fermezza.Sì, era il nome giusto. Solo qualche anno dopo seppi che, nella lingua del centro Africa, Naima vuol dire «dolcezza». Già, l’Africa! Dov’è nata la musica. E il mio pensiero corse subito verso Fela Kuti, Salif Keita, o Miriam Makeba, o Mory Kante, o Youssu’n Dour, e alla possibilità di farli suonare al Naima e parlargli, e…Ricordandomi dello straordinario e commovente incontro tra Corey Harris e Salif Keita, nel film di Scorsese, Dal Mali al Mississippi, sotto un immenso albero di sicomoro, a parlare delle origini della musica, del blues… E se appena odi pronunciare la parola «Africa» puoi sentire, nella sua musicalità, il barrito dell’elefante, il ringhio del ghepardo, il ruggito del leone, oltre all’immenso scricchiolio del terreno cotto dal sole, nella parola «Naima» percepisci subito la nota soffusa di un sax, l’impercettibile rombo della scia di una stella cadente, il rumore lento dell’acqua di un fiume che si dirige al suo delta, il leggero brontolio dell’anima quando è un po’ agitata; insomma, una dimensione prettamente jazz e blues.Era l’autunno del 1982.

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