di Marco Signorile
Ci sono artisti che dipingono la realtà.E altri che fanno qualcosa di più raro: la ascoltano attraverso gli oggetti.Ibrahim Mahama è uno di questi.
Artista ghanese oggi tra i più influenti al mondo — tra i primissimi posti della Power 100 di ArtReview — costruisce opere che non nascono dall’oro delle cornici, ma dalla polvere delle rotte commerciali, dai materiali poveri, segnati dal tempo.Sacchi di juta, stoffe usurate, indumenti tradizionali: frammenti di quotidianità che diventano linguaggio.I suoi celebri sacchi hanno vestito edifici e sostituito bandiere, non per decorare, ma per rivelare. Ogni tessuto porta con sé un viaggio: prodotto in India, utilizzato in Ghana per il trasporto del cacao, arrivato infine in Occidente come traccia silenziosa di un’economia globale. Nord e Sud del mondo si incontrano così, cuciti insieme non da un filo estetico, ma da un destino comune.
Dalla Biennale di Venezia a Documenta di Kassel, fino alle Nazioni Unite a New York, Mahama traghetta lo spettatore da un continente all’altro come se fossimo tutti passeggeri inconsapevoli delle stesse rotte.In una sua installazione a Vienna, una locomotiva prodotta in Germania è posta in dialogo con bacinelle consumate: il metallo industriale incontra la fatica quotidiana.

La ferrovia, spina dorsale del commercio coloniale, si riflette nelle schiene delle donne ghanesi che ogni giorno trasportano merci e vita sulle proprie spalle.Mahama non parla mai da solo. La sua arte è collettiva: nasce da molte vite, da mani che hanno usato quegli oggetti prima e da altre che li hanno trasformati poi.Emblematica la sua opera al Barbican Centre di Londra, dove la facciata brutalista è stata “vestita” con batakari variopinti, cuciti insieme da tessitori e sarti. Il cemento grigio si è riempito di colore, ma soprattutto di presenze: abiti che non erano stoffa, ma identità.
Premiato nel 2025 con l’Art Basel & UBS Artist of the Year Award, Mahama continua a intendere l’arte non come prestigio, ma come responsabilità. Per questo ha fondato nella sua città natale, Tamale, centri culturali e archivi aperti alla comunità.Perché l’arte, per Mahama, non è un trofeo.È un gesto condiviso.E anche un sacco di juta, se lo si ascolta davvero, può diventare memoria, voce, destino.Un frammento di mondo cucito addosso all’umanità.


