UNA RASSEGNA NAZIONALE CONCORSO PER GRUPPI JAZZ EMERGENTI

di Michele Minisci

Fu in quegli anni che maturò l’idea di organizzare a Forlì una rassegna nazionale di gruppi jazz emergenti, sotto forma di concorso. Non ce n’erano in Italia, allora, di rassegne di questo genere, che valorizzassero i giovani musicisti jazz, che li mettessero a confronto, che li facessero suonare nel corso di tre, quattro, cinque serate, che li aggregassero poi in interminabili ed appassionate jam session a fine rassegna.

Musicisti bravi, con le palle, con grande preparazione tecnica e strumentale, emarginati dal mercato e dal business discografico e che, dati i bassi costi, ci consentivano di portare avanti la nostra filosofia della «quotidianità del jazz» e della «concretezza nell’esperienza» a cui noi tenevamo tanto.

Con l’aiuto di Giorgio Lombardi, già collaboratore di «Musica Jazz» e conduttore radiofonico per la Rai, pubblicizzammo il concorso sull’importante e allora unica rivista di settore e con qualche comunicato su alcuni quotidiani nazionali, e ricevemmo subito, dal primo anno, più di cento cassette da tutta Italia.

Un successo.

 Il premio al gruppo vincitore consisteva nella produzione di un Lp, allora si chiamavano ancora così, e successivamente un passaggio nella trasmissione radiofonica Radio Uno Serata Jazz condotta da Adriano Mazzoletti.

Da questa rassegna sono passati quasi tutti quelli che sarebbero diventati poi protagonisti del jazz italiano, da Fabio Morgera a Daniele Digregorio, da Enzo Favata a Marcello Tonolo, Diego Carraresi, Barbara Casini, Stefania Rava, Roberta Gambarini, Alessandro Di Puccio, Fulvio Sisti, Nico Vernuccio, Ico Manno, Vittorio Volpe, ecc. Ma tra tutti voglio citare quel Luca Flores, eccezionale e delicato pianista fiorentino, anche lui prematuramente e tragicamente scomparso, ricordato in un bel libro anche da Walter Veltroni e di recente anche da un film, purtroppo non molto riuscito.

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Ma dopo otto anni questa esperienza bellissima, unica a quei tempi in Italia, capace di diventare un evento singolare e anche di forte impatto se solo si fosse potuta affiancarla a qualche nome famoso e di richiamo, terminò. Il motivo? Sempre quello: non c’erano sostegni sufficienti da parte degli Enti locali.

Un altro illuminante esempio che la musica dal vivo, quella di qualità, quella di nicchia, da sola non poteva pagarsi le spese, non poteva reggere, e non bastavano a sostenerla i pochi sponsor che trovavamo a quei tempi: qualche negozio di dischi, il Conad o la Coop, l’Unipol, la Cassa dei Risparmi.

E i nostri esborsi personali, che cominciavano a diventare sempre più pesanti.

La mia passione e l’amore per il jazz, coadiuvati e sollecitati dall’esperienza e dalla professionalità di Giorgio Lombardi, mi spingevano dunque a trovare sempre nuove collaborazioni, sinergie con gli altri jazz club italiani, pochi per la verità.

«Se ci mettiamo d’accordo tra quattro, cinque o sei jazz club –  dicevo spesso a Giorgio – possiamo chiamare direttamente i gruppi dall’America, fargli fare sei o sette date e saltare così l’intermediazione delle agenzie, che si beccano almeno il 30% del cachet, e calmierare i prezzi.»

I cachet erano saliti alle stelle, anche per la miopia dei vari Assessori alla Cultura dei grossi comuni italiani che si erano messi a finanziare, in quegli anni, le rassegne di jazz pagando tutto ciò che chiedevano i musicisti americani, quando in Francia e in Germania erano pagati quasi la metà di quanto prendevano nel nostro Paese. Maledizione!

 «Bella idea, – mi diceva sempre Giorgio -. Bisogna lavorarci.» Cominciai così a muovermi con gli amici del Blue Note di Riccione e del Jazz Club di Pesaro,  dopo qualche mese incontrai anche gli amici jazzisti di Bologna, e successivamente anche altri esponenti di piccoli club, come i neonati Big Apple di Ravenna, a cui si affiancarono poco tempo dopo il Negrillo, l’Ultimo Piano di Bagnacavallo, il Pub di Viale Dante a Imola; e poi, naturalmente, contattai il Mississippi Jazz Club e l’Alexander Platz di Roma, oltre al Lousiana Club di Genova e il Centro Jazz di Torino.

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