Il RAGNETTO E LA VESPA

Di Michele Minisci

Avevo circa dieci anni e nel mio piccolo paesino arberesh avevo un certa frequentazione con i ragni e le vespe. E questo era dovuto al fatto che ero un bambino molto vivace, molto birichino, a capo di una banda di una decina di scalmanati che faceva impazzire i nostri genitori, ma direi anche…quasi tutto il paese.
Dovete sapere che oltre alle scorribande per le stradine del paese, coperte allora da un selciato molto insidioso per le nostre ginocchia a causa delle nostre corse all’impazzata e conseguenti rovinose cadute per dare la caccia alle galline, che a quei tempi gironzolavano tranquillamente dappertutto, ci piaceva molto dare la caccia alle cicale che frinivano fino allo sfinimento sui rami più alti dei centenari ulivi che ricoprivano tutte le collinette prospicienti la piana di Sibari, il cuore della Magna Grecia, dove ancora aleggiano i miti.
Ma anche la caccia alle cicale si concludeva spesso con rovinose cadute dal ramo troppo sottile per sostenere il nostro pur leggero peso!
E allora dovevate vedere il sangue che sgorgava a catinelle dalle mie e da quelle delle ginocchia dei miei amici meno esperti all’arrampicata! Ma noi conoscevamo un rimedio infallibile, tramandato negli anni dai nostri nonni, operazione empirica, possiamo dire selvaggia, oggi superata dai più moderni ritrovati della medicina! Prima di tutto dovevamo fare la pipì sopra la ferita, per disinfettare, e poi coprirla con la tela di ragno che immediatamente bloccava la fuoriuscita del sangue, fungendo da perfetto ferma sangue.

E di tela di ragno ce n’era a volontà nel bosco del paese a due passi dalle nostre scorribande, ed io ero spesso delegato alla raccolta del prezioso ed utilissimo “medicinale”. Con un bastoncino lungo circa venti centimetri mi avvicinavo cautamente alla prima tela di ragno che incontravo e dopo aver fatto in modo che lo sbalordito ragnetto si rifugiasse nella tela vicina, per non disturbarlo troppo, attraversando uno degli innumerevoli filamenti che collegavano le varie tele perché non volevo che il piccolo animaletto rimanesse isolato e senza casa nel cuore del bosco, infilavo il bastoncino nel centro della tela e iniziavo a girarmelo tra le dita mentre la tela si avvolgeva gradualmente attorno ad esso.
Col prezioso bottino in mano correvo a perdifiato dai miei amici “feriti” per adagiarlo delicatamente sulle ferite che….improvvisamente cessavano di sanguinare!

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Il mio incontro con le vespe, invece, a volte era più traumatico: certo, volevo vendicarmi di una brutta e dolorosa puntura provocatami da uno di questi infestanti e pericolosi animaletti, anche se utili per l’impollinazione, e per questo avevo preso l’abitudine di cercare tutti i nidi di vespe situati nei tronchi degli alberi di acacia sulla strada che portava all’orto di nonno Francesco e armato di un lungo bastone lo infilavo nel cavo dove sapevo che c’era il nido delle vespe e lo rigiravo con foga fino in profondità portando scompiglio e terrore nella loro colonia.
La maggior parte di esse usciva dalla tana inferocite per reagire alla mia aggressione ma nel contempo io avevo escogitato una tattica per evitare le fastidiose e a volte dolorose punture, specialmente se erano più di una….: mi mettevo a correre all’impazzata e subito dopo mi gettavo sdraiato per terra in modo che lo stormo delle bestiacce, a me poco simpatiche, mi sorvolasse e poi si disperdesse non trovando più il bersaglio da colpire!
Solo che ogni tanto alcune di esse andavano a sbattere proprio nel centro della tela del ragno nei paraggi, e allora diventavo testimone di una crudele ma scontata battaglia.
Appena avvertito dal primo forte impatto della vespa sulla tela, che aveva dato un robusto primo scossone a tutto l’impianto e poi ad aleggiare leggermente e lentamente come se fosse una piccola onda del mare, il ragnetto si era messo subito sul chi va là pregustando una succosa cenetta ma aspettava ulteriori segnali, più precisi, più continuativi, più frenetici. E quei segnali arrivarono subito dopo quando l’incauta vespa aveva iniziato ad agitare forsennatamente tutte le sue sei zampette per cercare di liberarsi non sapendo che così aggravava la sua situazione. Più si agitava e più i fili della tela si avvolgevano attorno al suo piccolo corpo.
Era quello il momento più atteso ed inequivocabile che fece capire al piccolo e tremendo ragnetto che era giunto il momento di lasciare la sua postazione ai margini della tela ed avvicinarsi lentamente ed inesorabilmente verso la sua preda del giorno, il suo pranzo assicurato. Giunto nei pressi della preda, devo dire che ho assistito ad una scena incredibile ma anche terribile: il ragnetto, con i suoi sei occhietti enormi, se rapportati al resto del corpo, cominciò a fissare, immobile, gli occhietti della vespa per diversi minuti, e lentamente e gradualmente tutti i movimenti della vespa andarono esaurendosi fino al completo immobilismo.
Subito ho pensato che il ragnetto con questa tecnica avesse voluto “ipnotizzare” la povera vespa facendola cadere in un profondo letargo per non farla soffrire quando le avrebbe iniettato il mortale veleno prima di mangiarsela in tanti bocconcini!
Una pietosa tecnica nel crudele e selvaggio regno animale?
A me piaceva pensarla così!

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