Se tu venissi in autunno di Emily Dickinson: l’attesa impaziente dell’amore tra speranza, tormento e mistero

di Paolo Brutto

“That Love is all there is, is all we know of Love/Che l’Amore sia tutto ciò che esiste, è tutto ciò che noi sappiamo dell’amore”.

Questi versi immortali ci sono stati donati da Emily Dickinson, la più grande poetessa americana del XIX secolo e fra le voci liriche più potenti ed originali della letteratura mondiale di ogni tempo. Nata ad Amherst il 10 dicembre del 1830, la Dickinson cresce in una famiglia borghese di tradizioni puritane. I suoi studi furono irregolari – il padre decise di toglierla dal collegio femminile di Mount Holyoke per evitarle ulteriori problemi di salute – ma, nonostante ciò, continuò a studiare da autodidatta e da qui nacque il suo grande amore per la poesia. Emily Dickinson trascorse la maggior parte della propria vita nella casa dove era nata, salvo brevi periodi caratterizzati da visite ai propri parenti presenti a Boston, a Cambridge e nel Connecticut.

Riguardo alla vita privata della Dickinson e alle sue relazioni di tipo affettivo sappiamo ben poco: intorno agli anni ‘50 dell’Ottocento, il legame più forte ed affettuoso che la Dickinson intrattenne fu con Susan Gilbert. Quest’ultima fu destinataria di oltre trecento lettere da parte della Dickinson e, a riprova del forte legame intercorrente tra le due donne, la Gilbert sposò il fratello di Emily per potersi identificare, attraverso il cognome acquisito, ancora di più con la giovane poetessa di Amherst.

La Dickinson, nelle sue lettere, ha spesso descritto con accenni romantici i sentimenti provati per la Gilbert: il suo amore per lei era, per la Dickinson, paragonabile a quello provato da Dante per Beatrice, a quello di Jonathan Swift per Stella o a quello di Mirabeau per Sophie de Ruffey. Nel 1855 Emily Dickinson si recò a Washington e a Philadelphia dove conobbe il reverendo Charles Wadsworth di cui si invaghì ma, visto che il pastore era già sposato e aveva dei figli, il sentimento rimase inespresso tranne alcuni componimenti dedicati dalla Dickinson allo stesso reverendo. Fu dopo il viaggio a Washington che la poetessa decise di estraniarsi dal mondo rinchiudendosi nella propria camera all’interno della casa paterna: l’isolamento, il sopraggiungere di disturbi nervosi come agorafobia e ansia sociale, una forma di epilessia ereditata geneticamente, tutto ciò contribuì al distacco progressivo della Dickinson con il mondo che la circondava.

La giovane poetessa amava la natura ma era fortemente ossessionata dall’idea della morte; nonostante ciò, la Dickinson credeva nel potere salvifico della fantasia e che, attraverso questa, si potesse ottenere tutto ciò che si desiderava mentre la solitudine e il rapporto intimo con sé stessa diventavano fattori indispensabili per poter raggiungere la felicità. Fu solo dopo la sua morte, avvenuta il 15 maggio del 1886 ad Amherst, che emerse l’incredibile patrimonio letterario lasciato in eredità dalla Dickinson: la sorella Lavinia, infatti, scoprì nella camera di Emily diverse centinaia di poesie scritte su foglietti, in parte ripiegati e cuciti con ago e filo, tutti contenuti in un raccoglitore. Gli altri componimenti poetici della Dickinson furono ricavati sia dalle fitte corrispondenze intrattenute nel corso degli anni con diversi destinatari, sia dai biglietti scritti che accompagnavano i doni fatti a parenti ed amici. Considerata fra le voci liriche più rappresentative e sensibili della letteratura mondiale di ogni tempo, Emily Dickinson non ebbe tuttavia nessun riconoscimento in vita da parte dei suoi contemporanei in quanto i temi trattati da quest’ultima e il linguaggio poetico utilizzato, largamente anticipatrici della lirica novecentesca, non erano in linea con i canoni e i gusti letterari tipici della sua epoca. Fra i testi più intensi e significativi della sua straordinaria produzione poetica vi è certamente Se tu venissi in autunno, nel quale la poetessa americana esplora i temi riguardanti l’attesa amorosa e l’inesorabile incedere del tempo. Con uno stile ed un linguaggio unici ed inconfondibili, composto da immagini tratteggiate in maniera semplice ma potente, la Dickinson riesce a trasmettere al lettore un senso di sospensione emotiva attraverso l’attesa di un amore che sembra diventare la misura stessa del tempo, in un intreccio di sfumature poetiche piene di speranza ma, al tempo stesso, di tormento e di mistero.

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“Se tu venissi in autunno, Io scaccerei l’estate,

Un pò con il sorriso ed un pò con dispetto,

Come scaccia una mosca la massaia.

Se fra un anno potessi rivederti,

Farei dei mesi altrettanti gomitoli,

Da riporre in cassetti separati,

Per timore che i numeri si fondano.

Fosse l’attesa soltanto di secoli,

Li conterei sulla mano,

Sottraendo fin quando le dita mi cadessero

Nella Terra di Van Diemen.

Se fossi certa che, finita questa vita,la tua e la mia si ricongiungessero, getterei via l’esistenza come una scorza e afferrerei l’eternità.

Ma ora, incerta dell’ampiezza di ciò che ci separa,mi tortura come un’ape fantasma

Che non vuole mostrare il pungiglione.

L’autunno, per la poetessa americana, è la perfetta rappresentazione dell’attesa: la stagione della caducità per antonomasia, con i tramonti sempre più precoci, le foglie che cadono e quella sottile malinconia di vivere in un tempo sospeso tra la vita e la morte, sembra declinare in maniera struggente la condizione esistenziale della Dickinson, una condizione in bilico perenne tra certezza e dubbio, tra gli slanci di un cuore innamorato e l’angoscia di vedere disatteso il proprio desiderio d’amore. Il tempo, scandito dalle stagioni, dagli anni e dallo scorrere dei secoli, diventa lo sfondo su cui si proiettano sia l’amore, che per la poetessa americana diventa la misura assoluta della nostra esistenza, sia l’incertezza che si accompagna ad esso, metaforicamente descritto come un’ape invisibile che ronza senza mai mostrare il suo pungiglione.

Questa poesia presenta le caratteristiche stilistiche tipiche della Dickinson: metafore naturali e di tipo domestico che si fondono con un linguaggio apparentemente dimesso e quotidiano che però si eleva in maniera vertiginosa fino a toccare le corde mistiche e spirituali della lirica senza tempo. Le immagini utilizzate dalla poetessa americana per illustrare appieno l’estasi dell’amore vissuto interiormente e il tormento legato ad un attesa che dilata il tempo a dismisura trasformandosi in una condanna che consuma e logora senza fine l’umanità intera sono semplici, immediate ma riflettono una profondità psicologica – non solo poetica – che tocca intimamente l’animo di chiunque abbia sofferto l’attesa per un amore impossibile o irrealizzabile. Se per la Dickinson (e per ogni anima innamorata) ci fosse la certezza di esaudire in questa vita il proprio sogno d’amore, non conterebbero nulla la bellezza e la gioia legata all’estate, l’alternarsi dei mesi e delle stagioni e persino i secoli diventerebbero numeri così insignificanti da perdersi dapprima fra le dita della poetessa di Amherst per poi cadere nella lontananza e nell’oblio nella Terra di Van Diemen (che corrisponde all’odierna Tasmania). Quest’ultima metafora, dal forte sapore esotico, rende perfettamente l’idea riguardo l’incolmabile distanza tra il presente vissuto dalla poetessa e il compimento dell’attesa amorosa: nonostante ciò, la Dickinson effettua un ulteriore slancio lirico e, con tutta la forza e l’amore di cui è provvisto il suo cuore, afferma che sarebbe disposta ad afferrare subito l’eternità e di gettare via la vita come se fosse la scorza di un frutto senza valore se ciò presagisse la certezza di ritrovarsi dopo la morte insieme alla persona amata.

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L’impossibilità di conoscere la misura reale del tempo quando si è in attesa di qualcosa di veramente importante rappresenta, tuttavia, il vero tormento che attanaglia l’anima della poetessa americana, un’incertezza che corrode in maniera inesorabile le piccole, grandi gioie del nostro vissuto quotidiano e rischia di rendere vacuo il nostro percorso esistenziale. L’attesa, per la Dickinson, non è una semplice sfumatura romantica ma diventa una realtà concreta e, a tratti, opprimente, una realtà che mette alla prova non solo la profondità dei sentimenti ma la stessa forza interiore della poetessa. Ma è proprio in questa condizione di dolore esistenziale senza appigli, né certezze, che si rivela in maniera straordinaria la forza dell’amore: solo chi desidera intensamente, solo chi sa amare veramente accetta di vivere nell’indeterminatezza e nel vuoto che non dà garanzie, in una sorta di sospensione emotiva così struggente da dare non solo senso al tempo ma di sfidare persino il concetto stesso di eternità.

Emily Dickinson, in una foto scattata tra il 1846 e il 1847 quando la poetessa di Amherst frequentava il College di Mount Holyoke nel cui archivio è stata ritrovata.