di Paolo Brutto
Di che cosa ha bisogno un essere umano per poter vivere ma, soprattutto, per sentirsi vivo per davvero?
Un interrogativo piuttosto semplice nella sua formulazione ma che, in realtà, sottende un caleidoscopio di sentimenti e di sensazioni tali da costituire quel bacino emozionale da cui attingere ogni giorno per cercare di dare un senso autentico alla nostra esistenza. Diventare più umani o produrre di più? Si chiedeva Erich Fromm interrogandosi su quale sia lo scopo profondo della nostra vita e, al netto delle nostre visioni soggettive assolutamente legittime su quale tela tratteggiare i contorni del nostro destino, risulta difficilmente contestabile il fatto che la seconda opzione menzionata dal grande filosofo tedesco sia, nella quasi totalità dei casi, la direzione più battuta da chi sarebbe nato per riempire il più possibile il proprio cuore, non solo un misero conto in banca.
Di fronte ad una prospettiva così mortificante si leva il ‘grido’ poetico di Alda Merini, fra le voci liriche più originali e significative dell’intero panorama del Novecento italiano. La poetessa dei Navigli, con il suo animo intenso e tormentato, attraverso la lirica Ho bisogno di sentimenti dà libero sfogo ad un’esigenza di vita prettamente incentrata sulla forza dei nostri sogni e sulla bellezza della nostra spiritualità, un’esigenza che contrasta nettamente con il vacuo materialismo imperante della società contemporanea, alimentato quest’ultimo dai falsi miti del successo e del potere individuali che, come una droga inebriante e irresistibile, ci allontanano irrimediabilmente da quel tesoro inestimabile rappresentato dalla nostra unicità come esseri umani.
Io non ho bisogno di denaro.
Ho bisogno di sentimenti,
di parole, di parole scelte sapientemente,
di fiori detti pensieri,
di rose dette presenze,
di sogni che abitino gli alberi,
di canzoni che facciano danzare le statue,
di stelle che mormorino all’orecchio degli amanti.
Ho bisogno di poesia,
questa magia che brucia la pesantezza delle parole,
che risveglia le emozioni e dà colori nuovi.
La mia poesia è alacre come il fuoco
trascorre tra le mie dita come un rosario
Non prego perché sono un poeta della sventura
che tace, a volte, le doglie di un parto dentro le ore,
sono il poeta che grida e che gioca con le sue grida,
sono il poeta che canta e non trova parole,
sono la paglia arida sopra cui batte il tuono,
sono la ninnanànna che fa piangere i figli,
sono la vanagloria che si lascia cadere,
il manto di metallo di una lunga preghiera
del passato cordoglio che non vede la luce.
Attraverso questi versi la Merini rivela il significato più autentico non solo della sua poetica ma, soprattutto, tratteggia i contorni di un’anima che anela il sublime e non vuole scendere a patti in alcun modo con la visione deformata e deformante di coloro che si lasciano ingannare dalle effimere seduzioni della nostra quotidianità.
La poetessa dei Navigli ha bisogno di sentimenti, di vibrare attraverso le emozioni dettate dal proprio cuore e tutto ciò si riflette in una sequela di desideri personali i quali, contenuti all’interno della prima strofa, rappresentano il paradigma ideale di un’anima votata alla trascendenza e alla ricerca continua dell’eternità (nella lirica Il bacio, infatti, Alda Merini affermava senza mezzi termini: “Ma se mi domandano/dove traggono origine i miei versi/io rispondo: mi basta un’immersione nell’anima/e vedo l’universo”). Parole, fiori, pensieri, sogni, canzoni capaci di far danzare le statue e stelle che illuminino i cuori e le anime degli innamorati: tutto ciò rappresenta il manifesto più autentico della poetica di Alda Merini, un’urgenza insopprimibile di vita e di magia al tempo stesso, capace di risvegliare le emozioni e dare colori nuovi ad una realtà altrimenti priva di qualsiasi significato. La sua poesia, alacre come il fuoco, tuttavia non riesce a dissimulare il travaglio interiore della Merini che si autodefinisce poeta della sventura, una sventura incessante e dolorosa simile alle doglie di un parto calato all’interno del vissuto quotidiano e che mette in risalto il cammino pieno di asperità e di sofferenza che la poetessa dei Navigli ha dovuto affrontare nel corso della sua esistenza. Una poetessa che grida e che, al tempo stesso, gioca con le sue grida; una poetessa che canta e che non trova le parole, una ninnanànna che, invece di tranquillizzare i bambini nella culla, li fa piangere: tutte queste metafore sottendono il conflitto profondo tra ciò che dovrebbe essere e che non è e la Merini è terribilmente conscia di questa dicotomia lacerante, di questa eterna battaglia tra il sogno di ciò che vorremmo vivere e di chi vorremmo essere e la realtà immanente che ci attanaglia con le sue spire impedendoci di volare. Questa lirica non rappresenta solo l’orizzonte emotivo dentro cui la Merini tratteggia i contorni della sua anima ma vuole costituire un grido di ribellione, doloroso ma al tempo stesso necessario, al quale le anime desiderose di eternità possono provare ad aggrapparsi per riuscire a non soccombere di fronte al lento incedere della morte di una vita privata di qualsiasi scopo e depauperata della sua umanità.
Alda Merini ci invita, anzi, ci esorta, con tutta la passionalità di cui è intrisa la sua poesia, ad ascoltare le ragioni profonde del nostro cuore e ad indirizzare il nostro animo verso la magia della nostra unicità. Siamo perennemente in cerca di un qualcosa o di qualcuno/a che ci possa fare innamorare della vita oppure di un luogo dove affidare la nostra anima in cerca di pace dimenticandoci che il nostro tesoro più prezioso risiede dentro di noi, un tesoro composto di sentimenti ed emozioni straordinarie, impreziosito dalla grazia dei nostri sogni che non chiedono altro di colorare e arricchire a dismisura le nostre esistenze. La chiave per aprire e ammirare questo scrigno sta nella forza prorompente del nostro cuore: è qui che germoglia e cresce il nostro amore, è qui che risiede la nostra salvezza…E’ qui che la nostra anima abbraccia il creato fondendosi con l’eternità.


