Un faro sempre fisso che sovrasta la tempesta e non vacilla mai. L’amore che sfida il tempo e la morte nel Sonetto 116 di William Shakespeare

di Paolo Brutto

“Quello che la mia vita ha d’interesse è in queste righe”. A pronunziare queste parole sui suoi celebri Sonnets è lo stesso William Shakespeare e quest’opera racchiude in sé non solo temi universali quali l’amore, la bellezza e la caducità dell’uomo ma rivela una natura più intima e decisamente più controversa del grande drammaturgo e poeta inglese. Fin dalla loro uscita avvenuta nel 1609 – anno in cui la peste imperversava a Londra e i teatri hanno le porte sbarrate come taverne che abbiano buttato fuori gli avventori (cit. Thomas Dekker) – i Sonetti di Shakespeare hanno suscitato un acceso dibattito critico sulla paternità dell’autore, spingendo i critici di ogni epoca ma anche orde di lettori appassionati del grande Bardo a trasformarsi in detective dilettanti per provare a rispondere ai numerosi interrogativi che quest’opera porta con sé. Già a partire dal frontespizio dell’opera dove non troviamo menzionato il nome dell’autore ma solo il suo cognome scritto a caratteri cubitali “SHAKE-SPEARES” (e, sotto, più in piccolo ma ben visibile, “SONNETS”): girato il frontespizio, l’altra sorpresa era rappresentata dal fatto che non c’era una prefazione firmata dall’autore com’era d’uso all’epoca e come lo stesso Shakespeare aveva fatto con altre sue opere come Venere e Adone e Lo stupro di Lucrezia. Niente poesie introduttive ad accompagnare l’opera, nessuna dedica ad un nobile mecenate, niente di tutto questo. Ma il mistero più grande che questi Sonetti sembrano portare con sé è decisamente legato al loro contenuto visto che i canzonieri, fino a quel momento storico, incentravano la loro poetica su una donna idealizzata, oggetto di un amore mai consumato: la Laura cantata dal Petrarca aveva, infatti, aperto la strada ad uno stuolo di ‘donne-angelo’ presenti sia nella letteratura inglese così come in quella europea ma l’opera shakespeariana sembra ribaltare completamente questa prospettiva visto che la prima parte di questa sorta di ‘diario amoroso’ è dedicata ad un misterioso fair youth (forse Henry Wriothesley, conte di Southampton?) dove il rapporto col poeta (o con l’io poetico se vogliamo separare criticamente l’opera dal suo autore) sembra essere tutt’altro che platonico mentre l’altra è incentrata su una misteriosa dark lady, scura e sensuale, una figura decisamente poco angelica dove l’eros si intreccia con la poesia in un connubio certamente molto più sensuale e ‘fisico’ rispetto ai canoni del passato.

Frontespizio originale della prima edizione dei Sonetti di Shakespeare pubblicati nel 1609.

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Al di là di tutti questi temi (e di moltissimi altri che richiederebbero uno spazio decisamente più ampio ed approfondito), i Sonetti di Shakespeare rappresentano decisamente uno dei punti più alti dell’intera opera del grande Bardo, in quanto ci danno l’immediatezza del cuore e dello spirito di Will, immerso egli stesso in un vortice di sentimenti e di emozioni che il palcoscenico e la rappresentazione delle tragedie non potevano esplicare appieno. Il triangolo amoroso vissuto e sofferto da Shakespeare tra lui, il giovane biondo e la dark lady capovolge completamente i canoni letterari dell’epoca: sentimenti veri, reali, tradimenti ed eccessi, entusiasmi e delusioni cocenti rappresentano un’aperta violazione di tutte le regole su come si doveva scrivere d’amore in piena epoca elisabettiana. Nessuna indulgenza, nessuna idealizzazione: l’amore, nei Sonetti di Shakespeare, diventa autentico tormento fisico, diventa passione irrefrenabile, una passione che – come afferma Arturo Cattaneo nel suo pregevole saggio Shakespeare e l’amoresi trasmette come una malattia infettiva, dai genitali alla mente, fino a farla scoppiare. In questo scenario così sofferto dove Shakespeare sembra quasi mettersi a nudo di fronte al mondo, con un immediatezza ed un’urgenza tali da sconvolgere già i critici e i lettori dell’epoca che bollarono quest’opera come indecente, questo articolo vuole concentrare la sua attenzione sul celebre Sonetto 116, una delle liriche più romantiche di tutti i tempi, una vera e propria summa del sentimento amoroso concepito nella sua forma più ideale. All’interno di questo sonetto, Shakespeare non si limita solamente a declamare versi che parlano d’amore ma cerca di definire questo sentimento nella sua essenza più pura. In questa lirica, infatti, il grande Bardo sembra abbandonare per un attimo il tono della confessione personale per assumere un registro più solenne, quasi liturgico, come se volesse enunciare una legge universale che ha come suo fondamento cardine il più nobile dei sentimenti, ossia l’amore.

                                          Non sia mai ch’io ponga impedimenti

                                          all’unione di anime fedeli; Amore non è amore

                                          se muta quando scopre un mutamento

                                          o tende a svanire quando l’altro s’allontana.

                                          Oh no!Amore è un faro sempre fisso

                                          che sovrasta la tempesta e non vacilla mai;

                                          è la stella-guida di ogni sperduta barca,

                                          il cui valore è sconosciuto, benché nota la distanza.

                                          Amore non è soggetto al Tempo, pur se rosee labbra e gote

                                          dovran cadere sotto la sua curva lama;

                                          Amore non muta in poche ore o settimane,

                                          ma impavido resiste al giorno estremo del giudizio:

                                          se questo è errore e mi sarà provato,

                                          io non ho mai scritto, e nessuno ha mai amato.

Questo sonetto di Shakespeare non è una semplice dichiarazione d’intenti ma rappresenta un vero e proprio manifesto sull’amore: quest’ultimo non ammette impedimenti, non muta, non vacilla, non si piega alle circostanze. Per avvalorare ancora di più questa tesi, Shakespeare utilizza immagini dal forte impatto evocativo: il faro nella tempesta, la stella polare per la nave che rischia di smarrirsi, la sfida e l’impavida resistenza di fronte all’inesorabile scorrere del Tempo e alla morte. L’amore, quello vero, quello autentico, assume agli occhi del grande drammaturgo inglese un valore incommensurabile: in un mondo in cui tutto è mutevole, fallace, dove la nostra stessa natura umana, segnata indelebilmente dal dolore dei nostri errori e dalle miserie del nostro animo, sembra sprofondare nei vortici del caos più cupo ed infernale, l’amore diventa la nostra ancora di salvezza più fedele, il nostro appiglio dove aggrapparci quando tutto sembra irrimediabilmente perduto. Questi versi arrivano dritti al cuore di qualsiasi lettore perché rappresentano ciò che noi sogniamo o pretendiamo dall’amore in senso assoluto: stabilità, certezza ed, infine, eternità. Ma come possiamo aspirare a tutto ciò se la nostra stessa cultura (soprattutto al giorno d’oggi), i nostri stessi desideri e le nostre stesse emozioni sembrano essere state trasformate in prodotti ‘usa e getta’ e le nostre relazioni umane sembrano essere diventate ‘merci’ da consumare velocemente, sacrificate in maniera quasi ineluttabile sull’altare dell’edonismo e dell’individualità più sfrenata? Il grande sociologo e filosofo Zygmunt Bauman, nel descrivere la nostra “modernità liquida”, ha specificato come i legami duraturi e gli impegni presi ‘a lungo termine’ siano visti quasi con sospetto e siano derubricati, il più delle volte, come una minaccia alla libertà individuale. Se Bauman descrive l’uomo moderno come terrorizzato dall’idea di legarsi ad un porto, Shakespeare offre esattamente l’immagine opposta suggerendoci, in maniera inequivocabile, che la via per la salvezza e l’eternità della nostra anima passa dal saper riconoscere e, soprattutto, dal saper amare la nostra umanità riflessa negli occhi di chi amiamo. L’amore vero ci orienta, ci protegge, non vacilla ma, soprattutto, ci salva: perché l’amore non rappresenta il faro che elimina la tempesta ma l’attraversa senza spegnersi.

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