Saffo: una ‘creatura meravigliosa’ divenuta simbolo dell’amore, del desiderio e della bellezza nel mondo lirico greco

di Paolo Brutto

“Alcuni dicono che le Muse siano nove; che distratti! Guarda qua: c’è anche Saffo di Lesbo, la decima!”. Questo giudizio, entusiastico e perentorio allo stesso tempo, viene attribuito dalla tradizione filologica e letteraria ad un epigramma attribuito a Platone (Pseudo-Platone, Epigramma XVI) e già queste parole fanno capire non solo la grandezza e il genio della più grande poetessa del mondo antico ma costituiscono anche una preziosa testimonianza riguardo la vasta eco che l’opera di Saffo ha suscitato non solo fra i suoi contemporanei ma anche – e soprattutto – nei grandi autori della letteratura mondiale che si sono succeduti nel corso dei secoli, affascinati da una voce lirica assolutamente sublime per la profondità con cui tratteggia le infinite sfumature dell’animo umano di fronte all’amore e la dolcezza delle immagini e delle espressioni poetiche evocate, in cui la semplicità e l’essenzialità del linguaggio si fondono con una raffinatezza poetica tale da rendere immortali i pochi frammenti lirici giuntici attraverso il tempo e attribuiti alla poetessa dell’isola di Lesbo. Su Saffo sappiamo ben poco e le poche notizie riguardanti la sua vita sono state tramandate dal Marmor Parium, dal già citato lessico Suda, dall’antologista Stobeo e da diversi riferimenti di autori latini come Cicerone e Ovidio: originaria di Ereso, città dell’isola di Lesbo, Saffo nacque e crebbe all’interno di una famiglia aristocratica che fu coinvolta all’interno delle lotte politiche tra i vari tiranni che si contendevano il predominio sull’isola. In seguito a questi continui sconvolgimenti politici, Saffo conobbe l’esilio assieme ai suoi familiari in Sicilia, probabilmente a Siracusa o ad Akragas (l’odierna Agrigento). Successivamente ritornò ad Ereso e qui divenne non solo insegnante ma diresse anche un tiaso, una sorta di collegio privato in cui veniva curata l’educazione di giovani fanciulle appartenenti alle famiglie nobili della città. Ebbe, inoltre, tre fratelli: Larico, coppiere nel pritaneo di Mitilene, Erigio, di cui conosciamo solo il nome e Carasso, un mercante che rovinò economicamente sé stesso e la propria famiglia sperperando le sue sostanze incapricciandosi di un’etera di nome Dorica durante un suo viaggio in Egitto (riguardo a questa vicenda risulta celebre un frammento lirico di Saffo intitolato Preghiera per Carasso, nel quale la poetessa augura al fratello di poter ritornare al sicuro a casa e di essere riammesso in famiglia, maledicendo la giovane donna che gli ha fatto perdere la testa). Dal lessico Suda apprendiamo che Saffo sposò un certo Cercila di Andros ma il dato biografico risulta alquanto dubbio se non falso del tutto: dalla loro unione nacque una figlia, Cleide, ricordata da Saffo attraverso alcuni teneri versi a lei dedicati.

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     Busto di Saffo conservato nei Musei Capitolini a Roma.

Già gli autori antichi furono concordi nell’ammirare la sua straordinaria capacità poetica: Strabone, nella sua Geografia, la definì una creatura meravigliosa, letteralmente senza eguali nell’ambito della lirica del tempo fino ad arrivare alla testimonianza di Solone, suo contemporaneo, il quale, dopo aver ascoltato in vecchiaia un carme della poetessa, arrivò ad affermare che desiderava ormai due sole cose dalla vita: impararlo a memoria e morire. Saffo scrisse, con molta probabilità, circa diecimila versi poetici ma di questi ce ne sono stati tramandati a malapena 650 circa, suddivisi principalmente in poesie liriche e, in misura minore, in epigrammi, giambi ed elegie. All’interno di questi componimenti in massima parte frammentari, ve n’è una, in particolare, che mi ha sempre deliziato per la sua bellezza e per la profondità dei temi trattati: universalmente nota con il titolo La cosa più bella, il componimento in questione riguarda il frammento 16 della produzione poetica di Saffo, rinvenuto e pubblicato dagli archeologi Bernard Pyne Grenfell (artefice della maggior parte dei ritrovamenti riguardanti la produzione poetica della poetessa di Lesbo) e Arthur Surridge Hunt. Il testo di questa poesia era scritto sul Papiro Ossirinco 1231, un manoscritto risalente circa al II secolo d. C. e contenente al proprio interno il Libro I di un’edizione alessandrina dell’opera di Saffo.

Alcuni di cavalieri un esercito, altri di fanti,

altri di navi dicono che sulla terra nera

sia la cosa più bella, mentre io dico ciò che

uno ama.

Tanto facile è far capire

questo a tutti, perché colei che di molto superava

gli uomini in bellezza, Elena, il marito

davvero eccellente

lo abbandonò e se ne andò a Troia navigando,

e né della figlia, né dei cari genitori

si ricordò più, ma tutta la sconvolse

Cipride innamorandola.

E ora ella, che ha mente inflessibile,

in mente mi ha fatto venire la cara

Anattoria, che non mi è

vicina.

Potessi vederne il seducente passo

e il lucente splendor del volto

più che i carri dei Lidi e, in armi,

i fanti.

In questa lirica – una delle poche ad essere sopravvissute per intero stando al materiale frammentario in nostro possesso – Saffo canta non solo la forza prorompente dell’amore a cui nessuno può resistere ma pone questo sentimento al di sopra di tutto, con una logica che potremmo definire assolutamente sorprendente ed originale, soprattutto se inquadrata in un’ottica di valori e di riferimenti culturali molto distanti dalla nostra contemporaneità.

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In questa poesia troviamo non solo la centralità dell’amore in ogni suo aspetto ma si possono cogliere anche altri temi che potremmo definire sorprendentemente ‘moderni’: il tema della tolleranza attraverso l’alto valore attribuito all’individualità femminile fino ad arrivare a propugnare una sorta di antimilitarismo ante litteram, che sottolinea ancora di più la qualità eccezionale del pensiero di Saffo, poetessa sublime, certo, ma anche donna vissuta a cavallo tra il VII ed il VI secolo a. C. L’altro ‘colpo di genio’ presente in questa poesia di Saffo è l’utilizzo della vicenda d’amore di Elena per Paride e la sua conseguente fuga da Troia come paradigma ideale per promuovere la libertà assoluta dello spirito dell’uomo e della donna di fronte ai ‘doveri’ imposti dalla società del tempo. Per Saffo l’amore non è mai peccato e, alla logica distruttiva della guerra e dei conflitti fra gli uomini che si inebriano di potere attraverso i loro eserciti, lei oppone la logica disarmante dell’amore a cui nessun essere umano può resistere. La vicenda di Elena dimostra, in maniera inequivocabile, che tutto ciò che viene fatto per amore non può mai essere condannato o, addirittura, scatenare conflitti fra gli uomini e ciò diventa il trait d’union perfetto per descrivere il sentimento che prova per Anattoria, costretta a lasciare il tiaso di Saffo per sposare un uomo impostole dalla famiglia di provenienza. La poetessa di Lesbo non può accettare tutto ciò in quanto solo l’amore (e la libertà di scegliere connessa ad esso) dovrebbero decidere il destino degli esseri umani su questa Terra. Una voce ‘fuori dal coro’, dunque, in perfetta antitesi rispetto ai valori propugnati all’interno dell’epica omerica, una voce ‘moderna’ che seppe affascinare altri giganti della letteratura come Giacomo Leopardi, Rainer Maria Rilke ed Ezra Pound, tanto per citare qualche nome, o influenzare anche il mondo della musica con la celebre Ode Saffica di Brahms. Credere nell’amore come motore principale e significato ultimo dell’esistenza umana e donarci tutto ciò attraverso la grazia e la bellezza dei versi che ci ha lasciato: l’eredità di Saffo sta tutta qui e continua a dialogare con il nostro cuore e la nostra anima sfidando non solo il tempo ma anche (e soprattutto) le regole e le categorie asfissianti create dall’uomo in ogni epoca. Questa eredità non può lasciarci assolutamente indifferenti: ne va del nostro spirito e, last but not least, della nostra salvezza.

Antoine-Jean Gros, Saffo a Leucade (noto anche come La morte di Saffo, 1801), olio su tela, Museo Baron Gérard di Bayeux.