BLOOD RUNNER – LA PIRAMIDE E IL SANGUE

Di Orazio Garofalo

La porta dell’ascensore si chiude con un sospiro metallico. Deckard e Rachael restano soli, avvolti da una luce che sembra non volerli toccare, solo sfiorare, come se esitasse a riconoscerli.
Sul pavimento, prima che la porta si richiudesse, Deckard ha visto l’origami di un unicorno. Un piccolo animale di carta, fragile come un ricordo che non dovrebbe esistere. Un sogno che qualcun altro ha disegnato per lui.
Rachael lo osserva. Lui osserva lei. I loro occhi si sfiorano, esitanti. C’è amore, sì. Ma anche un dubbio che pesa più della pioggia che li attende fuori.
L’ascensore finisce di scendere. La città li accoglie come una cattedrale corrosa. Nera. Infinita.
Fuori, la pioggia acida cade lenta, come un rosario di veleno che benedice solo la rassegnazione. Le persone camminano con maschere scure, gli occhi bassi, le spalle curve. Anime che hanno dimenticato di essere vive.
Deckard e Rachael avanzano in questo mondo come due figure che non appartengono a nessun luogo. Non parlano. Non osano.
Sotto la piramide di cristallo, il corpo di Tyrell maciullato dall’abbraccio di Roy Batty giace come un idolo infranto. Il collo spezzato. Le orbite oculari intasate di sangue nero.
I tecnici non si stupiscono. Non si fermano. Lo ricompongono con gesti lenti, precisi, quasi devoti.
Quando Tyrell apre i nuovi occhi, la stanza sembra trattenere il fiato.
«Dove sono i miei pupilli?» chiede.
Gaff emerge dall’ombra, la pioggia ancora addosso come un sudario.
«Sono fuggiti, Signore.»
Tyrell gli porge una tavoletta, nera come la notte, liscia come ossidiana.
«Con questa li vedrai. Li sentirai. Li seguirai ovunque vadano.»
Sul display compaiono due punti luminosi: D e R.
Tyrell li osserva come un padre osserva due figli disobbedienti.

«Non possono sfuggire. Sono miei. Solo io posso nutrirli. E presto collasseranno.»
Allontanandosi dalla città ed evitando i motel controllati, i due trovano rifugio in un capanno industriale. La pioggia batte sul tetto come dita nervose che cercano un varco.
Rachael si siede. Deckard la guarda. L’origami dell’unicorno gli torna in mente come un sussurro maligno.
Lei lo percepisce. E lui capisce di essere stato scoperto. Immagina allora che pure lei sia in balia di ricordi e fotografie fasulle. E in quel silenzio c’è tutto: la paura di essere programmati, la paura di non essere liberi, la paura di non essere veri.
Poi accade.
Non un dolore. Non un sintomo. Solo una sensazione improvvisa, condivisa, come se la vita si allontanasse dai bordi dei loro corpi. La vista si annebbia. Il respiro si fa sottile. Il mondo sembra svanire.
Si abbracciano. Si stringono. Si scambiano amore come ultimo gesto.
E in quell’abbraccio, qualcosa li trattiene. Qualcosa li richiama. Qualcosa li rianima.
Quando riaprono gli occhi, sono vivi, vitali ma spaventati.
Gaff entra. Li vede scattare in piedi. Si ferma, sconvolto.
«Dovevate cadere…» mormora.
La lotta è breve. Uno sparo. Gaff cade a terra, ferito mortalmente.
Deckard si china su di lui. Gaff gli afferra il bavero con un’ultima forza disperata.
«Non scappate…» sussurra. «Non sapete cosa siete…» «Tornate da Tyrell…» «Solo lui sa come farvi vivere…» «Nella piramide… c’è il segreto del vostro sangue…» «Senza di lui… siete niente… siete incompleti…» «Non siete umani… Non siete replicanti… Siete altro.»
Gli occhi si spengono.
Deckard resta immobile per un istante.
Poi cava un occhio dal cadavere di Gaff.
Altrove, nella penombra della piramide di cristallo, Tyrell cammina in un corridoio silenzioso. Davanti a lui, su una chaise longue, c’è una donna addormentata. La sua pelle è pallida, il respiro lento, come se stesse sognando un sogno che non le appartiene.
Tyrell le accarezza la guancia. Il gesto è dolce, quasi devoto.
«Ho sconfitto il tempo» mormora. «Ma non la solitudine della forza.»
Le labbra sfiorano il collo. Un bacio lento. Poi il morso.
Il sangue scorre. Tyrell chiude gli occhi.
È pace. Una pace terribile.
Deckard e Rachael intanto si avvicinano alla piramide. La pioggia li avvolge come un mantello funebre.
Entrano nell’ascensore. Non per andare ma per tornare. Ma adesso non sono più gli stessi.
Si guardano. E negli occhi c’è tutto: la paura, la promessa, la domanda che nessuno osa pronunciare.
L’ascensore sale di livello, come le domande a loro stessi.
Tyrell solleva il volto. Il sangue gli cola dalla bocca. Non lo asciuga. Non si vergogna.
È un dio che ha appena pregato. E si è risposto da solo.
La porta della piramide riconosce l’occhio di Gaff. Si apre con un suono umido, sacrilego.
Deckard e Rachael entrano.
Tyrell li attende. Li guarda come si guarda un ricordo che ritorna.
«Siete arrivati» dice. «Finalmente.»
Il suo parlato è un canto oscuro.
«Voi non sapete chi siete. Non siete umani. Non siete replicanti. Siete… miei.»
Si tocca il petto con i pugni chiusi.
«Ho sconfitto la morte. Ho lasciato il mio corpo. Ho creato una nuova razza. La nostra razza.»
Li guarda con una dolcezza terribile.
«Ogni volta che vi siete spenti, vi ho nutriti. Ogni volta che siete caduti, vi ho ripresi. Siete incoscienti. Non ricordate nulla. Ma io vi ho amati.»
La voce si fa più scura.
«E ora che siete svegli… ora che sapete… dovete governare con me. In tre. Una Trinità eterna. Il mondo ai nostri piedi.»
Deckard lo guarda con una terribile tranquillità.
«Io non voglio il mondo» dice. «Voglio lei. Mi basta lei.»
Rachael, di fronte alla verità abbassa lo sguardo. È un gesto piccolo, ma basta a spezzare un impero.
Tyrell capisce. E in quell’istante, la sua solitudine lo schiaccia.
«Allora siete perduti» sussurra.
L’arma appare. Deckard, con la sua vecchia magia di cacciatore, anticipa con il suo fuoco. Tyrell cade morto.
Silenzio.
Dopo un po’, escono dalla piramide a passo svelto.
La pioggia acida cade ancora, ma sembra meno ostile.
Alle loro spalle, un lampo. Un boato. La piramide esplode come un tempio che cede sotto il peso del proprio dio.
Il lampo bianchissimo illumina la pioggia: per un istante, sembra neve.
Rachael lo guarda. «E adesso?»
Deckard le prende la mano. «Adesso viviamo.»
La città, per un istante, sembra meno buia.
Non per l’esplosione.
Ma per qualcosa che brucia altrove.
E questo basta.

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