Perché le favole

di Michele Minisci

Perché le favole? Le storie fantastiche che raccontavo a mia figlia Costanza tutte le sere, e per diversi anni, sono stati occhi con cui lei ha imparato a scrutare il mondo, perché le fiabe sono un ponte tra il pensiero razionale e quello fantastico. Raccontano la realtà con un linguaggio familiare ai bambini e, attraverso il pensiero magico che è proprio dei processi della mente dei piccoli, fanno incontrare i due mondi che convivono anche in ciascuno di noi adulti: quello della concretezza e quello della immaginazione.

Nel mondo fantastico il tempo e i luoghi sono indefiniti: C’era una volta, in un paese lontano lontano… I personaggi sono re, regine, maghi, fate, folletti.
Gli animali parlano agiscono, diventano protagonisti; le vicende impossibili si realizzano, i sogni si avverano.
E, anche se nella vita concreta non succede proprio così, non importa: io, mentre raccontavo, percepivo che Costanza sapeva distinguere il mondo fantastico da quello reale, me lo faceva capire quando le sparavo veramente grosse… stringendo più forte la mia mano che teneva sempre tra la sua, sorridendomi con un sorriso beffardo. Infatti io ero convinto che il potere della fantasia le permettesse di creare e di trasformare ogni cosa per renderla più rispondente alle sue necessità; a placare le sue paure…dargli una maggiore sicurezza. E lo riscontravo spesso per tutti i giorni successivi, per come affrontava le sue piccole sfide quotidiane.


Questi miei racconti sono opera di fantasia, ma la maggior parte è rigorosamente autobiografica, in quanto molti capitoli narrano eventi vissuti in prima persona, quando avevo tra i dieci e gli undici anni, concentrati tutti in quel fatidico 1956, quando ci fu la grande nevicata che coprì tutto il paese per circa tre mesi, bloccando tutto e tutti, spesso con un focus sulla mia identità e sulle mie emozioni. Nomi, personaggi, località e avvenimenti sono immaginari e qualsiasi riferimento a persone, fatti o luoghi realmente esistenti o esistiti è puramente casuale. Forse…!
Racconto il mio piccolo paesino calabro-albanese, o per meglio dire di etnia arberesh, gli albanesi scappati dalla loro patria dal 1470 in poi per sfuggire alle persecuzioni turche ottomane; la mia enorme casa, il passaggio delle stagioni, i riti, le tradizioni, i rumori, i suoni, i silenzi, l’attraversamento della mia “linea d’ombra”; alcune vite difficili, problematiche, emarginate, ma mai vittime; i giochi e le battaglie tra le due bande del paese, la “battaglia con le pietre”, quasi come un’altra piccola Via Pàl, con una visione sicuramente panteistica del mio piccolo universo con tutti gli esseri viventi, del mondo animale e vegetale, interconnessi.
Ecco perché spesso faccio dialogare gli umani con gli alberi, gli insetti, gli animali, racchiusi nel mio piccolo universo magico, fantastico, onirico. Quasi come un piccolo Macondo.

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