di Francesca Lupo
Premessa
Il racconto che ci si appresta a leggere è la probabile storia di un prezioso libro, patrimonio dell’UNESCO (nella sezione documenti) dal 2015 e custodito nel Museo Diocesano e del Codex di Corigliano Rossano. Si tratta del Codex Purpureus Rossanensis, di un evangelario composto da 188 fogli di pergamena, scritto in greco antico con caratteri maiuscoli vergati in oro e argento; contiene i Vangeli di Marco e Matteo, quindici tavole miniate e una lettera di Eusebio di Cesarea a Carpiano, presumibilmente del V-VI secolo, scritto, forse, in Medio Oriente. Il mio libro, Il viaggio del Codex (Falco Editore), fornisce delle versioni romanzate della storia del Codex Purpureus Rossanensis per rispondere alle sette domande che da anni gli studiosi si pongono sull’evangelario: quando è stato scritto? Dove? Da chi? Perché? Chi l’ha commissionato? Quando e perché è giunto a Rossano?
Il libro è una storia a bivi in cui racconto 4 ipotesi per rispondere all’ultima domanda, di cui 3 teorizzate dagli studiosi e una inventata da me per raccontare un evento accaduto realmente a Rossano. Alcune delle vicende narrate sono accadute realmente, ma sono state opportunamente rivisitate e adattate per i lettori a cui è dedicato questo libro.
Iniziamo dal racconto della sua creazione per rispondere alle prime cinque domande (troverete il capitolo per esteso sul mio libro, sopracitato:
Nello scriptorium
Apollonio sente il batacchio battere con molta insistenza sul grande portone. Si spaventa un po’, ma essendo il portinaio è suo compito andare ad aprire. Si fa coraggio e sbircia dallo spioncino: “ahhh! sono solo dei cavalieri” dice fra sé e sé. “Di questi tempi, però, non si deve aver fiducia di nessuno.”
«Chi bussa alla porta di questo santo luogo?» chiede con voce stentorea da lui l’ha studiata e ristudiata appositamente per incutere timore e spaventare eventuali malintenzionati.
«Il messaggero del basileus del grande Impero Romano d’Oriente vuole parlare con il padre superiore. Fateci entrare!» ordina un cavaliere. Il monaco portinaio non esita ad aprire il grande portone: se il messaggero del basileus è venuto da Costantinopoli fino alla lontana Cesarea di Palestina, deve essere per un motivo molto importante.
Apollonio trova il padre superiore chino a leggere dei testi in biblioteca. All’annuncio dell’arrivo dei cavalieri risponde: «Falli accomodare nel mio studio. Io li raggiungo, tu porta acqua e vino perché si ristorino.».
«La scuola di Cesarea, fondata da Origene, è conosciuta in tutto l’oriente per la sua ricca biblioteca e la bravura dei suoi amanuensi. Il basileus Giustiniano ha il desiderio di possedere un evangelario degno della sua persona» inizia a spiegare l’ambasciatore. «Ha pensato di commissionarlo proprio al vostro monastero.»
«Ne sono davvero lusingato. Spero di non deludere la fiducia che il basileus ripone in noi» risponde un po’ inorgoglito il padre superiore. «Saranno i nostri migliori amanuensi e miniaturisti a lavorarci» spiega. Poi si rivolge ad Apollonio «Vai a chiamare Tolomeo e Anacleto.»
A questi ultimi, giunti di corsa dallo scriptorium, spiega: «il Basileus vuole commissionarvi un evangeliario da realizzare con i materiali più preziosi: oro, argento, lapislazzuli e altro ancora. Dovrà contenere gli scritti dei quattro evangelisti e le profezie dell’Antico Testamento che annunciano la venuta di Cristo. Dovrà essere impreziosito da molte miniature. Infine, poiché si tratta di un’opera richiesta dal basileus, avete l’autorizzazione a colorare le pagine di rosso porpora.»
«Vi ringraziamo della fiducia, padre» risponde Tolomeo. «Con la guida e l’aiuto dello Spirito Santo cercheremo di fare un buon lavoro.».
Anacleto annuisce, poi, rivolto al collega: «Andiamo nel magazzino a controllare il materiale a disposizione. Faremo un elenco di ciò che servirà, così potremo inviare i confratelli ad acquistare quello che manca.»
Nei giorni successivi, il padre superiore organizza i viaggi dei monaci verso vari mercati del Mediterraneo.
Dopo alcuni mesi, i monaci sono ancora impegnati nella realizzazione dell’evangeliario: c’è chi stende le pelli per le pergamene; chi tritura le erbe e le pietre da cui ottenere i colori; chi costruisce i pennelli con le setole e i peli degli animali; chi lavora le penne d’oca usate per scrivere… e ne servono veramente tante! Per il codice del basileus i monaci, chini sui loro leggii, intingono lentamente le penne d’oca nell’inchiostro d’oro o d’argento, e scrivono con mano sapiente le lettere greche sul foglio di pergamena, lì dove il punteruolo e il righello hanno segnato il rigo. Le lettere, tutte di ugual misura e in carattere onciale, si trasferiscono come per incanto dalla penna alla preziosa pergamena, ma non è magia, è la sapiente e umile arte che l’amanuense pratica per condurre una vita pia e avvicinarsi di più a Dio.
I monaci hanno deciso di strutturare il lavoro in questo modo: le pagine contenenti solo gli scritti vengono redatte in lettere maiuscole bibliche con l’inchiostro; ogni foglio viene suddiviso in due colonne di venti righe ciascuna. Le pagine arricchite dalle miniature hanno il disegno raffigurante un passo del Vangelo posto in alto, mentre la zona inferiore è riservata a quattro profeti, raffigurati a mezzo busto e tutti con l’aureola in testa; di questi, solo Davide e Salomone indossano anche la corona da re. Ognuno di loro ha la mano destra alzata per indicare la parte superiore della pagina dove è disegnata la scena con l’adempimento delle loro profezie che, invece, sono scritte con caratteri maiuscoli onciali su un cartiglio posto nella loro mano sinistra, sono in argento a eccezione dei tre righi iniziali di ciascun Vangelo che sono riportate in oro.
Dopo molto tempo e il lavoro di tanti monaci, Tolomeo e Anacleto possono ritenersi soddisfatti e finalmente portano tutti i fogli dal monaco intarsiatore, che ha già preparato le due coperte in legno di cipresso. Essendo un codice, i fogli resteranno liberi, cioè non rilegati tra di loro, saranno tenuti insieme grazie alle due tavole di legno di cipresso legate tra loro da una cordicella. La copertina superiore è impreziosita da intarsi in oro, argento, avorio e pietre preziose incastonate ad arte. L’artigiano ha preparato anche una teca, finemente intarsiata e arricchita con madreperla, da utilizzare come contenitore per il viaggio che l’evangeliario dovrà compiere sino a Costantinopoli.
Finalmente, il padre superiore può inviare un messo al palazzo reale per avvisare che il lavoro è finito.
Alla vista di quel capolavoro, l’ambasciatore resta senza parole, lo guarda e lo sfoglia pagina per pagina. Il padre superiore si accorge dell’ammirazione che egli sta provando in questo momento e spiega: «Il nostro miniaturista è stato capace di esprimere con le immagini l’essenza di ciò che ogni parabola vuole insegnare a chi le guarda. Anch’io sono rimasto stupefatto alla vista di questo libro» confessa. «E se anche voi, che non avete fatto studi di teologia, provate questi sentimenti sfogliando l’evangeliario, vuol dire che il compito affidatoci dal nostro basileus è stato svolto alla perfezione. Sono davvero soddisfatto!»
Il prezioso Codex Purpureus, nascosto nella grossa teca di legno intarsiato, fa il suo ingresso solenne nella sala del trono, sorretto su una portantina trasportata da due schiavi che, poi, poggiano delicatamente a terra davanti al basileus seduto sullo sfarzoso trono di legno dorato.
«Aprite la teca, cosa state aspettando?» ordina Giustiniano con tono autoritario.
«È bella anche la teca, così finemente lavorata!» esclama la basilissa Teodora.
«E la coperta anteriore è ancora più bella. Se questa è la premessa, chissà come sarà l’interno!» osserva uno dei dignitari.
Incalzato dalla moglie, il basileus slega i lacci della copertina. Ai suoi occhi appare un rosone in cui sono raffigurati i ritratti dei quattro evangelisti racchiusi in piccoli medaglioni: in alto vi è Matteo, in basso Giovanni (essendo giovane è raffigurato senza la barba), a destra Luca e a sinistra Marco. Al centro vi è il titolo del codice Sinfonia del canone della concordanza degli evangelisti.
Alla vista di questa prima pergamena nella sala cala un silenzio di ammirazione.
Finalmente il basileus si decide a esprimere la sua opinione: «è veramente una meraviglia. Non oso immaginare cosa possano contenere le altre pergamene.»
«È davvero degno di un imperatore questo evangelario; sarebbe un peccato tenerlo conservato in una biblioteca» osserva uno dei dignitari.
«Non intendo conservarlo, ma lo esporrò in questa sala, per mostrarlo ai miei ospiti, affinché ammirino la bravura degli artigiani del mio regno e, soprattutto, la ricchezza e la potenza del loro basileus» controbatte prontamente Giustiniano.
«È un’ottima idea» concordano tutti.
Molte saranno le vicende che subirà il Codex Purpureus durante la sua vita tra cui un lungo viaggio attraverso il Mediterraneo che, dopo circa quattro o sei secoli, lo porterà nella città di Rossano, in Calabria, forse tra il IX e il XII secolo.

