Federico e Isabella Boschetti

Di Daniele Castrizo

Isabella Boschetti, che i contemporanei chiamavano “la Bella Boschetta” per l’avvenenza e il portamento, nacque in un ambiente dove la politica, la cultura e l’arte si intrecciavano naturalmente.Secondogenita di un nobile uomo d’arme della corte mantovana e nipote di Baldassar Castiglione, Isabella crebbe a Mantova respirando fin dall’infanzia l’aria raffinata e inquieta del Rinascimento padano.

Qui conobbe Federico Gonzaga , futuro duca di Mantova, Suno coetaneo, con il quale condivise gli anni della giovinezza e, soprattutto, una passione destinata a lasciare tracce profonde.A soli quattordici anni Isabella fu data in sposa a Francesco Cauzzi di Calvisano, secondo la prassi delle alleanze familiari. Ma quel matrimonio fu poco più di una parentesi formale: l’amore per Federico era già nato e non si sarebbe mai spento. La relazione tra i due, sebbene ufficialmente taciuta, era così nota da alimentare voci e sospetti. Si parlò persino di un tentativo di avvelenamento ai danni di Isabella, ordito – si diceva – dalla futura suocera di Federico, esasperata dal continuo rinvio delle nozze del figlio con Maria Paleologa del Monferrato.

Nel 1528 il marito di Isabella morì in circostanze oscure, evento che contribuì ad accrescerel’alone di dramma e ambiguità intorno alla vicenda. Federico, dal canto suo, continuò a indugiare,fino a quando nel 1536 sposò Margherita Paleologa, sorella di Maria, assicurandosi così l’eredità del Monferrato. La ragion di Stato trionfava sull’amore, ma non lo cancellava.A testimonianza del legame con Isabella restano i segni lasciati nell’arte e nell’architettura.

Forse l’unico ritratto rimasto della donna è su una medaglia, che ha una leggenda in greco ormai quasi illeggibile, ma che potrebbe essere letta come la resa in lingua ellenica del cognome Boschetti.

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Di certo, poi, Federico volle per lei Palazzo Te, affidandone il progetto a Giulio Romano,uno dei più geniali architetti del tempo. Sorto su un antico isolotto un tempo destinato all’allevamento dei cavalli, il palazzo divenne un luogo di delizie, immerso – secondo le fonti – in un profumato bosco di tigli, da cui forse deriva il nome originario “Tejeto”. Uno spazio appartato,sensuale, pensato per il piacere e la fuga dal cerimoniale di corte.

Per ornare una delle sale Federico commissionò anche al Correggio una Danae di straordinaria dolcezza , immagine esplicita di un amore segreto e mitizzato.

Del resto, l’unione tra Isabella e Federico fu suggellata dalla nascita di due figli, Alessandro ed Emilia, riconosciuti e allevati in un contesto che oscillava tra discrezione e favore.La storia, tuttavia, ebbe un epilogo precoce. Federico morì a soli quarant’anni, stroncato dalla sifilide ereditata dal padre. Isabella, rimasta sola, si risposò due anni dopo con il conte Filippo Tornielli, alle sue terze nozze, cercando forse una stabilità che la passione non le aveva concesso.

Resta il fascino del suo volto, che molti identificano nella celebre Donna allo specchio dipinta da Tiziano Vecellio tra il 1515 e il 1517 , oggi al Louvre.

Se davvero è lei, Isabella continua a guardarci da quel dipinto con la consapevolezza di chi ha vissuto un amore più forte delle convenzioni, sospeso tra arte, potere e desiderio.Per un numismatico, infine, la monetazione di Federico Gonzaga è ricca di suggestioni e si dimostra intrisa della cultura rinascimentale.

Un esempio per tutti è data dall’Impresa del Monte Olimpo, accompagnata dal motto FIDES , è uno dei più raffinati simboli identitari della famiglia Gonzaga. L’immagine compare negli affreschi realizzati da Giulio Romano e dalla sua bottega nel Palazzo Te di Mantova, in particolare nella celebre Sala delle Imprese e in altri ambienti del palazzo, su commissione del duca Federico II Gonzaga, che ne fece il proprio emblema personale,ma si trova anche sull’aureo da due ducati e mezzo.

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Il Monte Olimpo, tradizionale dimora degli dèi, è raffigurato come un rilievo solenne solcato da un sentiero ascensionale che conduce a un’ara posta sulla sommità. La montagna assume così il valore simbolico di una fortezza inespugnabile, immagine di stabilità e fedeltà, ma anche di un luogo di mediazione tra la dimensione terrena e quella celeste. In questa sintesi visiva di mito, potere e virtù morale si riflette l’ambizione culturale e politica del ducato gonzaghesco, capace di tradurre in forma allegorica i propri ideali di legittimità e continuità.