UN PICCOLO ZOO NELLA SOFFITTA DI CASA

Di Michele Minisci

Mia madre faceva l’ostetrica del paese, dove la chiamavano LA LEVATRICE, insomma…era quella che faceva nascere tutti i bambini e le bambine. Le persone che non potevano pagare coi soldi il suo lavoro la pagavano in natura. Si dice così, no?

E allora arrivavano a casa mia spesso grandi ceste di frutta e verdura, dolci fatti in casa di tutti i tipi, pizze e pizzette di tutte le forme, qui le chiamano “gapmarite”, lisce o con le sarde piccanti…ma poi iniziarono ad arrivare anche galline, galli, conigli, tacchini, colombi, che poi potendo volare di qua e di là, di sù e di giù, cominciarono a costruirsi il nido in tutti i buchi e gli anfratti tra le vecchie tegole della nostra enorme soffitta di casa lunga e larga come cinque stanze normali. E un anno arrivò addirittura un agnellino!

Dovevate vederli e sentirli tutti quegli animali…sembrava un piccolo zoo, per la mia felicità e per l’insofferenza della mia sorella di poco più grande di me. Lei odiava gli animali con le piume e io mi divertivo a torturarla lanciandole spesso addosso a volte una gallina, a volte un colombo, e una volta…addirittura, anche un tacchino! Strilli e urla a non finire che terminavano per me con una sonora punizione da parte di mia madre!

Ma questo affascinante e suggestivo zoo a un certo punto cominciò ad avere dei risvolti tragici, e la sua magia si trasformo per me in un vero incubo. Quello non era uno zoo per il mio esclusivo divertimento ma una parte del sostentamento della mia famiglia. Insomma ogni tanto arrivava il giorno che bisognava …”tirare il collo” ad una gallina, ad un piccione, ad un tacchino, e allora erano urla strazianti, battaglie continue con la mia tata affinché non salisse in soffitta ad assassinare qualche povera bestiolina, con promesse che sarei stato buono per un anno intero e che avrei fatto i compiti ogni giorno senza fare storie. Ma non c’era verso. La legge della giungla doveva essere applicata ad ogni costo.

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E così si andò avanti per diversi mesi. Il culmine della tragedia arrivò quando mio padre decise di fare un bel arrosto con l’agnellino che ormai cominciava a diventare grandicello.
Eravamo diventati molto amici, io e Pierino. Così lo avevo chiamato. Spesso gli facevo fare il giro di corsa non solo nella mia grande soffitta ma anche per tutto il paese, grazie al guinzaglio dl cane da caccia di mio padre.
Un giorno, però, in una corsa più veloce delle altre io scivolai sul selciato e presi una bella botta in testa, e l’agnellino mi scappò di mano e si perse tra le strette stradine del paese. E non ne seppi più nulla.