di Susy Carbone
Leggendo gli articoli di Glamour Life sulle sfilate dell’Alta Moda romana dello scorso luglio, ho notato un nome che conosco da tempo: Franco Ciambella.
Tra gli stilisti presenti ho ritrovato uno degli allievi che mio padre, Eugenio Carbone, stimava molto per il suo talento e la sua sensibilità creativa. Franco ha frequentato il corso di modellistica allo IED di Roma nel 1989 e il suo nome ricorreva spesso nei racconti di Carbone. Ritrovarlo oggi nell’Alta Moda mi ha spinto a seguirne l’evoluzione artistica e professionale e, attraverso la sua voce, a raccontare anche l’eredità di Eugenio Carbone dal punto di vista di chi lo ha avuto come maestro.
Questo incontro diventa così un’occasione per intrecciare creatività, memoria e formazione, offrendo il ritratto di un docente capace di andare oltre la trasmissione della tecnica: Eugenio Carbone insegnava a conoscere le regole, ma soprattutto a trasformarle in strumenti di libertà e ricerca personale.
Intervista a Franco Ciambella: L’ispirazione della collezione “Angeli in controluce”
Ho avuto modo di ammirare alcuni tuoi abiti condivisi da Glamour Life. Qual è la storia e l’ispirazione che si celano dietro le tue creazioni più recenti?
L’ultima collezione si intitola “Angeli in controluce”. È un ritorno all’infanzia, una visione onirica e multicolore in cui angeli luminosi avanzano verso di noi, avvolti da colori cangianti. Le loro ali, talvolta, si tingono di nero, perché la realtà è fatta di luce ma anche di ombre profonde.
Nel ricordo di un bambino, quelle ali possono trasformarsi nei tutù di ballerine fantastiche, simbolo di grazia, eleganza e leggerezza. Ricami preziosi e tulle colorati dialogano tra loro, sfumando i contorni delle silhouette proprio come accade in una visione in controluce, dove la forza della luce rende i profili volutamente indefiniti.
La capsule è composta da dieci abiti di Haute Couture, interamente lavorati a mano, nei quali ho voluto inserire anche una componente ludica, perché credo sia fondamentale continuare a coltivare il sogno e trasformarlo in qualcosa di concreto.

Il linguaggio stilistico e l’identità nella Couture
Ogni stilista possiede un linguaggio personale. Quando hai capito di aver trovato il tuo?
È successo quasi subito. Dopo aver visto da vicino le opere di Roberto Capucci, ho capito che avrei voluto creare soltanto abiti leggeri. Nella mia visione la donna è libera e, se un giorno dovesse aver bisogno di fuggire, i suoi abiti devono permetterle di farlo, quasi di volare. Per questo, fin dall’inizio, ho scelto tessuti come organza, chiffon, georgette e crêpe: materiali che accompagnano il movimento senza costringerlo.

C’est un abito che rappresenta più di altri la tua identità di stilista?
Per me ogni collezione racconta una visione, un’emozione, un frammento della mia storia. Ogni abito è indispensabile, proprio come ogni parola lo è nella costruzione di una frase.
Sono profondamente legato alle linee sobrie e svasate della collezione dedicata agli Angeli, agli abiti destrutturati ispirati al Lago dei Cigni e ai momenti monocromatici che mi hanno permesso di riflettere sul rapporto tra forma e colore. In fondo, ogni collezione ha contribuito a rendermi lo stilista che sono oggi.

Il ricordo dello IED e del Professor Eugenio Carbone
Nel 1989 sei stato allievo di Eugenio Carbone allo IED. Che ricordo conservi del vostro primo incontro?
È un ricordo ancora vivido, accompagnato da grande affetto e ammirazione.
Ricordo la sua straordinaria pazienza nell’insegnare le regole della modellistica, aggiungendo però sempre un concetto fondamentale: le regole esistono per essere superate quando il progetto lo richiede. Diceva spesso che uno stilista non doveva diventare schiavo della tecnica, altrimenti la creatività sarebbe rimasta imprigionata negli schemi.
E poi c’erano i suoi magnifici figurini, disegnati accanto ai tracciati: erano già piccole opere d’arte.
La sobrietà. Anche nel modo di vestire ho sempre apprezzato la sua eleganza discreta: un blazer o un completo, senza eccessi, ma con grande stile.
Quali passioni alimentano la tua creatività al di fuori della moda?
La lettura, la musica e i viaggi. Amo osservare gli abiti della tradizione popolare dei diversi Paesi, comprenderne il significato simbolico e i valori culturali ed estetici che raccontano attraverso chi li indossa.
Se oggi potessi incontrare il professor Carbone, quale momento della tua carriera gli racconteresti?
Gli direi che, a un certo punto del mio percorso, ho compreso una cosa importante: soltanto io posso realizzare i cartamodelli dei miei abiti. Nella mia mente convivono tutti gli elementi che danno forma alle mie creazioni e soltanto traducendoli personalmente nella modellistica riesco a ottenere esattamente ciò che immagino.

Quale consiglio desideri lasciare ai giovani che sognano di entrare nel mondo della moda?
Direi loro di armarsi di passione e di curiosità. Conoscere, conoscere, conoscere. Amare, amare, amare. Perché solo chi continua a imparare e ad appassionarsi può davvero trovare una voce autentica.
Conclusione: L’eredità di un Maestro di Moda
Ascoltare i ricordi di Franco Ciambella significa comprendere quanto l’eredità di un maestro non si misuri soltanto nelle tecniche trasmesse, ma soprattutto nella capacità di formare persone prima ancora che professionisti. Dalle sue parole emerge il ritratto di un Eugenio Carbone rigoroso ma mai rigido, capace di insegnare che la tecnica è uno strumento al servizio della creatività e che la vera eleganza nasce dalla cultura, dall’osservazione e dall’umiltà.
Ritrovarlo, a distanza di quasi quarant’anni, uno dei suoi allievi tra i protagonisti dell’Alta Moda italiana è la conferma che un buon insegnante continua a vivere nelle opere di chi ha formato. Ed è forse questa l’eredità più preziosa che un maestro possa lasciare: vedere le proprie idee trasformarsi in nuove visioni, custodite e reinterpretate da chi ha avuto il privilegio di imparare al suo fianco.

