Paolo Ferrari: Quando la sostenibilità diventa progetto, il progetto diventa stile.Il tempo delle cose che restano

di Marco Signorile

Ci sono incontri che non si limitano a presentare un prodotto.
Aprono un pensiero.

Incontrare Paolo Ferrari significa entrare nel mondo di 959 Nine Five Nine: un progetto che nasce altrove, nel design, nella progettazione, nella cultura del fare. E soprattutto nel tempo. Quello lungo, necessario, che serve alle cose destinate a durare. È lui stesso a raccontarmelo, partendo da ciò che viene prima della moda: la formazione, il metodo, il bisogno di capire come nascono davvero gli oggetti.

Ferrari arriva alla moda per necessità progettuale, non per intuizione improvvisa. Studia Interior Design al Politecnico di Milano e, già durante gli anni universitari, a partire dal 2006, inizia a interrogarsi sul tema della sostenibilità, quando ancora non era un trend né un dibattito diffuso. All’inizio la ricerca riguarda il recupero dei materiali, poi si estende agli accessori, alle borse, al rapporto tra forma e funzione.

A un certo punto, però, la teoria non basta più. Decide di diventare artigiano prima ancora che designer: imparare a cucire, lavorare sulle macchine, costruire prototipi. Glielo chiedo apertamente.
«Se voglio progettare», mi risponde, «devo sapere come si fanno le cose».

È da qui che nasce il suo metodo: non disegni astratti, ma prototipi concreti, da cui prende forma il dialogo con i laboratori. Un approccio raro, che restituisce coerenza tra idea e risultato finale. Il controllo progettuale non è esercizio di potere, ma strumento di chiarezza: se il prototipo funziona, il confronto con chi produce diventa più fluido, più preciso, più onesto.

Questo approccio si riflette oggi in un sistema di collezioni che non nasce per accumulo, ma per coerenza. ICON, OPTICAL, DOT, BELTS: non linee separate, ma capitoli dello stesso racconto progettuale, ciascuno con una propria grammatica formale, tutti riconducibili a un’idea precisa di funzionalità e misura.

Il debutto ufficiale del brand arriva nel 2022, dopo un anno di lavoro intenso sulla prima collezione, presentata a Pitti Uomo. Non la nascita di una collezione stagionale, ma di un sistema coerente. Ferrari insiste molto su questo punto: 959 non nasce per inseguire il calendario della moda, ma per costruire un linguaggio riconoscibile nel tempo.

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Per lui sostenibilità non significa soltanto materiali riciclati. Significa filiera corta, fornitori italiani, produzione locale, logistica consapevole. Tutto è Made in Italy, inclusi i laboratori con cui collabora stabilmente nel nord di Milano, in un rapporto di confronto continuo. È qui che la sostenibilità smette di essere concetto astratto e diventa pratica quotidiana.

Quando gli chiedo da dove nasce davvero 959, Ferrari non parla subito di moda. Parte da un materiale.

Il cuore del progetto è infatti la cintura di sicurezza. Un nastro di poliestere estremamente resistente, pensato per proteggere e destinato, nella maggior parte dei casi, a non avere una seconda vita. Normalmente finisce al macero. Non viene trasformato chimicamente, non viene tinto, non viene alterato. La trasformazione, nel progetto di Ferrari, avviene nell’uso.

In questo senso, l’intreccio diventa un atto progettuale prima ancora che estetico: la cintura mantiene la sua funzione strutturale, mentre il disegno superficiale — righe, trame, variazioni — definisce l’identità visiva dell’oggetto. Non c’è decorazione applicata, ma materia che racconta se stessa. Le lievi differenze cromatiche non vengono corrette: fanno parte della storia del materiale. È qui che il design incontra la responsabilità, non nel mascherare l’origine, ma nel dichiararla.

A partire da questa matrice iniziale, la ricerca si è ampliata anche verso altri materiali sostenibili. Ferrari mi spiega come si inserisca, in modo naturale, il lavoro più recente sullo scarto agroalimentare della mela: un biopolimero brevettato, accoppiato a tessuti riciclati, leggero e resistente. Non pelle, ma tessuto.
Non si tratta di una sostituzione simbolica, ma di un’estensione coerente del progetto: materiali diversi, stessa logica. Ridurre l’impatto senza rinunciare alla qualità, mantenendo leggerezza, resistenza e una resa tattile adatta all’uso quotidiano.

Le borse 959 si muovono così in un territorio preciso, a metà tra design e moda. Non inseguono la stagionalità esasperata, non cercano l’effetto immediato. Le collezioni crescono per stratificazione, non per sostituzione. Ogni stagione introduce nuovi elementi senza cancellare quelli precedenti. Oggetti pensati per essere indossati oggi, riposti domani e ripresi tra due o tre anni senza perdere senso.

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All’interno, tutto è progettato per l’uso reale: tasche dedicate, alloggiamenti funzionali, tessuti antiurto, fodere in nylon riciclato. Anche le zip appartengono alla linea Natural di YKK, realizzata con materiali di recupero.
La funzionalità non è mai ostentata: è silenziosa, integrata, pensata per accompagnare i gesti di ogni giorno. È qui che il design si misura davvero, non nell’immagine, ma nell’esperienza.

Il nome stesso del brand è già una dichiarazione. 959 non è un numero casuale: nel 1959 Volvo introduce la cintura di sicurezza come standard. Un oggetto che salva vite e diventa simbolo di responsabilità, protezione, progetto. Tutto torna.

A un certo punto gli chiedo, quasi per curiosità personale, se gli sia mai capitato di incontrare qualcuno che indossava una sua borsa senza sapere che fosse 959. Ferrari sorride e mi racconta un episodio semplice e rivelatore: qualcuno riconosce una borsa, non il marchio. Solo dopo scopre che è 959. È lì che il progetto si compie, quando l’identità non ha bisogno di essere dichiarata.

Il pubblico è trasversale, unito da una curiosità culturale profonda: moda, sì, ma anche arte, design, architettura. Oggetti che hanno un racconto.
«Vorrei che chi acquista una nostra borsa la sentisse propria», mi dice.
Non legata a una stagione, ma a un modo di essere.

Non è un caso che questo approccio sia stato recentemente riconosciuto anche a livello internazionale, dove il progetto 959 viene letto per ciò che è: un equilibrio raro tra identità, sostenibilità e capacità di dialogare con mercati culturalmente esigenti.

È questa la vera sostenibilità: non solo ambientale, ma culturale. Creare oggetti che non chiedano di essere sostituiti, ma accompagnati. E guardando le borse 959 — toccandole, indossandole — si ha la sensazione chiara che qui la moda sia solo l’ultimo passaggio. Prima vengono il progetto, il pensiero, il tempo.

Ed è da lì che nasce lo stile che resta.