Di Orazio Garofalo
Nella città di San Ristoro — che aveva la curiosa abitudine di dimenticare i propri abitanti come si dimenticano le chiavi di casa — viveva un uomo che tutti chiamavano lo Scansatore. Non era un soprannome dato per scherzo. Era una diagnosi.
Lui schivava tutto con una precisione quasi morbosa.Se vedeva un portalettere, si appiattiva contro un muro come un’ombra. Una volta rimase immobile dietro un cassonetto per lunghi minuti, mentre il postino, ignaro, fischiettava “Volare” e lasciava una raccomandata infilata male nella buca delle lettere. Lui la guardò da lontano come si guarda un animale pericoloso, e poi fece un giro di tre isolati pur di non passarle accanto.Se intravedeva un conoscente, cambiava marciapiede con la rapidità di un gatto che non vuole essere sfiorato. Una volta, per evitare un vecchio compagno di scuola, entrò in un negozio di bomboniere e finì per comprare un angioletto di ceramica che non sapeva dove mettere. Alla fine lo posò sul frigorifero, dove rimase a guardarlo per mesi con aria di rimprovero.
Se qualcuno gli chiedeva “Hai fatto gli esami del sangue?”, lui rispondeva “Certo” e poi spariva, lasciando dietro di sé solo un’eco di passi e un vago sospetto. Una volta, per evitare un dentista troppo insistente, si nascose in un negozio di parrucchieri e uscì con un taglio che non voleva. Per settimane si guardò allo specchio come se avesse subìto un torto personale.Gli abitanti di San Ristoro sostenevano che fosse nato con un dono: dove gli altri vedevano problemi, lui vedeva spiragli. E ci si infilava dentro con la grazia di un foglio che scivola sotto una porta.Così viveva, intonso, intatto, invisibile.Finché arrivò lei.
La vide un pomeriggio di vento, quando le tende dei bar si gonfiavano come vele e i gabbiani sembravano urlare consigli fastidiosi. La donna indossava un leggero vestito a fiori — fiori piccoli, gialli, quasi timidi — che però su di lei sembravano brillare come stelle diurne. Il vento muoveva lo chiffon come se avesse una vita propria, come se respirasse.Lei non era solo bella. Soprattutto, non si lasciava aggirare: era inevitabile. E lo guardava come si guarda un uomo che ha passato la vita a evitare tutto — e che finalmente, grazie a lei, ha smesso di correre.Con lei fuggì via la voglia di fuggire.Camminavano spesso insieme. Lei gli chiedeva: “Che lavoro fai?” E lui, che non aveva mai fatto nulla di stabile, rispondeva: “Restauro libri antichi.”Lei sorrideva. E lui, vedendo quel sorriso, cominciava a credere davvero di aver passato anni tra carte pregiate e inchiostri rari. Arrivava perfino a descriverle l’odore della colla di pesce, che non aveva mai sentito, ma che immaginava come un misto di mare e biblioteca.Lei gli chiedeva: “Hai viaggiato?” E lui, che non era mai uscito dalla regione, raccontava di una notte a Lisbona, di un’alba a Granada, di un vento caldo a Siviglia. Descriveva il sapore delle sardine arrostite, il rumore dei passi sulla pietra, il colore del cielo prima della corrida. E mentre parlava, sentiva davvero quel vento sulla pelle.
Una sera, mentre camminavano, lui si accorse che stava parlando di un cane che aveva avuto da bambino. Un cane che non era mai esistito. Ma mentre ne parlava — di quel marrone, di quella macchia bianca sull’occhio — gli venne un nodo alla gola. Perché quel cane, inventato un minuto prima, gli mancava già…Così, giorno dopo giorno, si costruiva una vita nuova, fatta di storie che diventavano ricordi, di ricordi che diventavano verità.E per la prima volta, si sentiva vivo. Vivo davvero.Quel giorno il mare era calmo, e lei indossava ancora il vestito a fiori. Camminavano sul lungomare, e lui si sentiva leggero, quasi trasparente.Il vento portava odore di sale e di crema solare. Una coppia litigava per un gelato sciolto. Un vecchio pescatore raccontava a un turista che il mare, quel giorno, “stava pensando”. Un cane correva dietro ai gabbiani con la serietà di un impiegato statale. E uno strano bambino albino, dagli occhi scuri, piangeva perché il suo palloncino era volato via.Lui assorbiva tutto. Tutto gli sembrava nuovo, come se la vita gli stesse parlando per la prima volta.Per farla ridere — o forse per ringraziare la vita di avergli concesso una seconda possibilità — si mise a correre davanti a lei, agitando le braccia come un angioletto ubriaco.Lei lo seguiva con passo lento, regolare.Lui rideva. Rideva come un uomo che ha finalmente una storia da raccontare.
Poi accadde.Non un presagio. Non un’ombra. Ma un dolore assoluto, verticale, che lo attraversava come un fulmine bianco. Un lampo violento come le corna di un toro, capace di cancellare per un istante il mare, il cielo, la donna, tutto.Cadde. Semplicemente cadde.Quando riaprì gli occhi, vide la luce. Una luce bianca, rotonda, altissima.Non era il sole del lungomare. Era la luce di un’arena.E lei era lì.Il vestito a fiori non c’era più. Al suo posto, un abito nero. Così nero da cancellare la sostanza di cui era fatto. Nero come il toro. Nero come la morte.Lei avanzava lenta, precisa, ineluttabile. Non camminava: avanzava, come un toro che viene ad annusare la sua vittima, non per ferirla. Per riconoscerla.E proprio allora, mentre il mondo si stringeva in un punto, il bambino albino dagli occhi scuri gli passava accanto. Era lo stesso del lungomare. L’uomo, morente, gli sorrise. Un sorriso piccolo, quasi un riflesso. Forse perché, vedendo quel bambino ancora con le lacrime agli occhi, pensò al palloncino perduto — al palloncino della sua stessa vita che stava volando via. E quel pensiero, invece di ferirlo, lo addolciva.Il bambino strano — come se quel sorriso fosse un talismano — smise immediatamente di piangere e gli sorrise a sua volta, con la purezza di chi non sa nulla e capisce tutto.E allora pure lui capì.Quel dolore immenso era stato un godimento troppo profondo per lui: la piccola morte dei francesi, diventava una grande morte, che illuminava tutto. E lui era pronto. Perché, grazie alla donna con il vestito nero, aveva avuto — finalmente — una vita degna di essere conclusa con la fotografia di un tuono.Fu un istante. Un istante finalmente perfetto.FINE

