Il segreto di “Amai” di Umberto Saba: la rima più difficile del mondo

di Paolo Brutto

“Ai poeti resta da fare la poesia onesta. Bisogna essere originali nostro malgrado. E infatti quali artisti lo sono meno di quelli in cui è visibile lo sforzo per diventarlo?”

In queste parole, espresse in uno scritto del 1911, Quel che resta da fare ai poeti, indirizzato alla “Voce” che non lo pubblicò – uscirà successivamente nel 1959, nelle Edizioni dello Zibaldone – è racchiusa la concezione poetica e spirituale di Umberto Saba (pseudonimo di Umberto Poli, il quale adottò il cognome Saba a partire dal 1910 per poi regolarizzarlo all’anagrafe nel 1928), una delle voci più intense e significative del Novecento letterario italiano.

Il poeta triestino, attraverso queste parole, voleva descrivere un modo di fare poesia il più possibile ‘fedele’ alla propria verità interiore: una poesia semplice, sincera, svincolata il più possibile dalle artificiosità letterarie di tipo dannunziano o dalle esplosioni avanguardistiche del futurismo.

La Vita di Umberto Saba: Tra Trieste e le Radici del Suo Pseudonimo

Umberto Saba nasce a Trieste il 9 marzo 1883, figlio di Ugo Edoardo Poli, un agente di commercio, e di Felicita Rachele Cohen, un’ebrea triestina di famiglia benestante e nipote per parte materna del letterato Samuel David Luzzatto. Il padre, forse per sfuggire al mandato d’arresto per l’esecuzione dell’irredentista Guglielmo Oberdan di cui era simpatizzante o forse per il proprio carattere “gaio e leggero”, insofferente ai legami di tipo familiare, abbandonerà la moglie prima della nascita di Umberto e incontrerà quest’ultimo solo molti anni dopo, nel 1905.

Il poeta abbandonò il cognome paterno, firmandosi dapprima come Umberto Chopin Poli o Umberto da Montereale, prima di assumere definitivamente l’identità di Umberto Saba. Questo pseudonimo è di origine incerta e su questa scelta sono state avanzate due ipotesi molto suggestive:

  1. L’omaggio alla balia: La prima è riconducibile ad un omaggio alla sua adorata balia, Peppa Sabaz (grazie all’assonanza Saba/Sabaz), la quale, avendo perso un figlio, riversò sul piccolo Umberto tutto il suo affetto tanto da esserne ricambiata ed essere definita dal poeta come “madre di gioia”.
  2. Le radici ebraiche: La seconda sembra rimandare alle radici ebraiche di Saba e al bisnonno materno Samuel David Luzzatto: la parola saba, infatti, significa “nonno” o, più in generale, “persona anziana” e questo rimando sembra sia stato suggerito dall’amico Giorgio Fano, come testimoniato dalla moglie del filosofo.

Oltre alle vicende autobiografiche, di grande rilievo per comprendere appieno la complessità psicologica e l’opera del poeta, Trieste rappresenta il luogo ideale dell’anima del poeta dove custodire i suoi segreti e i suoi silenzi: la città, porto di mare, crocevia di genti e culture, assume per Saba la forma significativa di un cantuccio intimo e poetico dove potersi sedere da solo e riflettere su sé stesso e sulla sua vita pensosa e schiva.

IN COPERTINA : Un intenso primo piano di Umberto Saba (Trieste, 9 marzo 1883 – Gorizia, 25 agosto 1957) fotografato da Federico Patellani (1946).

Il Canzoniere e la Formazione Letteraria

Interrotti gli studi ginnasiali e la scuola di commercio, dall’autunno del 1898 e per circa un anno fu praticante presso un commerciante di farine (periodo che rievocò nel romanzo Ernesto del 1953) ed è proprio in questo periodo che Saba incomincia a dedicarsi alla lettura e allo studio dei grandi classici della tradizione poetica italiana: Parini, Foscolo, Leopardi, Manzoni. Oltre a questi, il giovane poeta triestino si accosta anche a letture poetiche contemporanee come il Poema paradisiaco di D’Annunzio, di cui fu grande ammiratore e che incontrò di persona nel settembre del 1906.

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Nel 1909 sposa, con rito ebraico, Carolina Wölfler, la celebre Lina delle sue poesie, e nel 1911 nasce la figlia Linuccia: in questo stesso anno pubblicò, a proprie spese e con lo pseudonimo di Saba, la sua prima raccolta poetica, Poesie, con la prefazione di Silvio Benco.

In questo lasso di tempo conosce poeti e letterati come Prezzolini, Palazzeschi, Soffici, Moretti e pubblica sulla “Riviera Ligure” di Mario Novaro. Alla fine del 1912 esce, nelle edizioni della rivista La Voce, la raccolta Con i miei occhi (il mio secondo libro di versi), che verrà successivamente reintitolata Trieste e una donna, il suo libro più famoso e forse più bello. Agli anni 1913-15 sono da collocare i versi intitolati La serena disperazione: vivrà a Bologna, a Milano e, quando scoppierà la prima guerra mondiale, Saba è tra i letterati che si schiereranno su posizioni interventiste.

Nel 1919 acquista una libreria antiquaria a Trieste alla quale si dedicherà, pur con diverse interruzioni, per tutta la vita e nel 1920 stampa, nelle edizioni della sua stessa libreria, Cose leggere e vaganti mentre, l’anno successivo, vedrà la luce Il Canzoniere, prima raccolta poetica dei suoi versi, considerata da Saba “l’opera di tutta la mia vita”.

Ed è proprio quest’opera che, a più riprese, sarà ripresa e rielaborata dal poeta triestino, accogliendo tutte le raccolte poetiche successive fino a diventare il grande libro complessivo della sua poesia, un progetto unitario che, dai primi versi giovanili, accompagnerà Saba fino agli ultimi momenti della sua vita e oltre (da ricordare, in questa sede, l’edizione postuma dei suoi versi del 1961).

Analisi di “Amai”: Il Manifesto Poetico di Umberto Saba

In questo spazio ci soffermeremo sui versi di Amai, una delle poesie più celebri di Saba inserita nella raccolta Mediterranee (Mondadori, 1947) e posta da Carlo Muscetta ad introdurre l’Antologia del Canzoniere da lui curata (Einaudi, 1963). Questa lirica rappresenta, in maniera pregnante, il manifesto poetico del grande poeta triestino, la dichiarazione più esplicita dei suoi ideali e delle sue convinzioni letterarie.

Il Testo della Poesia “Amai”

Amai trite parole che non uno osava. M’incantò la rima fiore amore, la più antica difficile del mondo.

Amai la verità che giace al fondo, quasi un sogno obliato, che il dolore riscopre amica. Con paura il cuore le si accosta, che più non l’abbandona.

Amo te che mi ascolti e la mia buona carta lasciata al fine del mio gioco.

Significate e Commento dell’Opera

Questa poesia, composta da tre strofe in endecasillabi, esprime fin dall’incipit – segnato dall’anafora Amai che dà il titolo al componimento – una dichiarazione esplicita della poetica di Saba: il poeta dichiara di aver sempre amato parole antiche, logorate dall’uso, e di essersi servito di un lessico semplice e quotidiano, considerato da molti letterati della sua epoca banale e inadeguato.

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L’utilizzo di un linguaggio semplice, di matrice classica, allontana volutamente Saba dallo stile delle Avanguardie novecentesche, ostili alla tradizione letteraria italiana, e dall’Ermetismo, che privilegiava un linguaggio evocativo spesso di difficile comprensione.

Il riferimento alla rima baciata fiore/amorela più antica difficile del mondo – non è casuale ma rimanda ad un’altra celebre poesia del Canzoniere, Trieste, nella quale compaiono i seguenti versi:

“Con gli occhi azzurri e mani troppo grandi / per regalare un fiore; / come un amore / con gelosia”.

Nella seconda strofa, invece, Saba rivendica il suo amore per la verità e la ricerca di quest’ultima nel ‘fondo’ dell’anima e delle cose, al fine di toglierla dall’oblio. La verità che giace al fondo costituisce uno dei leitmotiv più significativi della peculiare struttura poetica del Canzoniere, il quale segna una piccola rivoluzione nella poesia novecentesca: questa verità sull’esistenza e sul destino dell’umanità, ostinatamente ricercata dal cuore dell’uomo, può provocare dolore e spaventare ma, una volta abbracciata e custodita nell’intimo della nostra anima, ci libera dalle nostre miserie elevandoci fino al mistero insondabile dell’infinito, non abbandonandoci più.

Nella terza e ultima strofa, infine, il verbo amare è coniugato al presente in quanto Saba si rivolge direttamente al lettore destinatario della sua lirica, con l’augurio ma anche con la consapevolezza di lasciare almeno una poesia di valore al suo pubblico al fine del mio gioco, ossia dopo la sua morte. Gli ultimi versi di questa lirica suonano come un vero e proprio testamento: nella buona carta lasciata alla fine del suo gioco, infatti, Saba sembra descrivere la sua poesia, sua unica eredità da consegnare ai lettori e al mondo intero, su cui è pronto a scommettere come un giocatore che gioca il grande colpo della sua vita.

Ed è qui, in questi pochi versi così apparentemente semplici ma anche così fortemente evocativi, che è racchiusa la sua intima essenza come uomo e come poeta: l’ostinata ricerca della verità, la passione poetica che si esprime attraverso parole apparentemente semplici ma ricche di complessità e di consapevolezza, l’amore e il dolore dell’animo umano che segnano indelebilmente la nostra esistenza, rappresentano la più alta dichiarazione d’amore – oltreché di poetica – di Umberto Saba. In quella rima apparentemente banale come fiore/amore, il poeta triestino riesce a condensare un concetto dal valore immenso e quasi inesprimibile: l’essenza della vita e le sue emozioni sono racchiuse nella semplicità e nella verità e, solo attraverso di esse, si può disvelare il mistero della poesia e dell’amore senza il quale non saremmo altro che inutili granelli di sabbia in balìa del tempo e della morte.

La statua di Umberto Saba collocata in via Dante, a Trieste, a pochi passi dalla Libreria Antiquaria Umberto Saba.