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PSICOLOGIA DELLO SPORT. IL KARATE E LE ARTI MARZIALI COME STRUMENTI EDUCATIVI

di Eugenio Lo Gulloin I consigli dello psicologoon Pubblicato il Maggio 14, 2026Maggio 14, 2026

di Eugenio Lo Gullo


Il Karate e le Arti Marziali, per tutta una serie di regole, tecniche, esercizi, strategie psicomotorie, caratteristiche ludico-espressive, rappresentano delle attività umane fondamentali e non solo nello sport. Difatti, da sempre sono considerate discipline straordinarie di sviluppo psico-fisico oltre che di relazioni e scambi sociali, filosofiche e culturali. Naturalmente, qualunque tipo di attività sportiva, in particolare nelle prime fasi di avviamento allo sport, deve esprimersi in un clima ludico giocoso oltre che disciplinare il comportamento dei bambini e dei ragazzi.
Attraverso il Karate-Gioco e l’attività fisica, il bambino non solo sperimenta se stesso, ma ha la possibilità di utilizzare la sua aggressività in modo creativo e non distruttivo, di esprimere le proprie emozioni, di misurarsi per sentirsi diverso allo stesso tempo simile agli altri, di fare cioè quelle cose che fanno i coetanei.
Il gioco rappresenta l’attività iniziale fondamentale poiché costituisce: “Una disposizione comportamentale che si verifica in contesti diversi, interni ed esterni ed è visibile in una varietà di comportamenti osservabili.”
Le funzioni delle attività ludico-sportive sono naturalmente molte e variano secondo l’età, la cultura e il gruppo sociale d’appartenenza.
Possiamo distinguere varie tipologie di Karate-Gioco:
-I karate-giochi d’esercizio, che consistono nella ripetizione e successivamente nella combinazione di gesti per raggiungere uno scopo o un addestramento;
-I karate-giochi simbolici, nei quali compare l’attività rappresentativa e ogni azione ed oggetto può assumere significati diversi. Il bambino applica gli schemi simbolici ai nuovi oggetti che trova a disposizione creando nuovi schemi;
-I karate-giochi con regole, detti anche giochi-sport sociali, in cui è presente una prima organizzazione vera e propria delle diverse fasi dell’attività ludico-sportiva.
I primi due, per il fatto che non richiedono un particolare impegno fisico e psicologico sono solitamente preferiti dai bambini e ragazzi di tutte le età che, inizialmente o nei casi in cui è presente una limitazione psico-fisica, possono avere la percezione di non essere all’altezza delle richieste e della durata del gioco stesso.
Nei giochi osservati da Goldman e Ross i bambini partecipavano poco e spesso si alternavano più volte nei rispettivi ruoli. Inoltre, i bambini erano, di solito, gestiti dai più grandi i quali erano anche gli iniziatori e organizzatori dei giochi.
Nel bambino, le regole di uno sport – che determinano il tipo, la sequenza e le azioni – non sono necessariamente tutte presenti fin dall’inizio, come avviene per i più grandi quando ad esempio giocano a calcio, pallacanestro, ecc., piuttosto esse sono stabilite man mano che il gioco procede tramite una sorta d’accordo tra i diversi partner.
Sicuramente la possibilità di incontrare altri ragazzi e di usufruire di idonei spazi attrezzati consentirebbe una migliore qualità di tali attività oltre che una maggiore creatività ed integrazione sociale.
I giochi e le attività osservate sul campo, che potremmo definire giochi socio- drammatici, rappresentavano attività simboliche che consentivano loro di svincolare dagli schemi d’azione reali. Nella realtà sportiva di squadra il fatto stesso di avere un preciso ruolo, ad esempio portiere, si manifesta attraverso una serie di pattern comportamentali oltre che stimolare la nascita di rituali spesso magici che si modificano continuamente passando da forme semplici a forme sempre più complesse. Prima di ogni gara, molti atleti utilizzano rituali diversi: baciare il terreno di gioco, toccarsi il sedere, quasi ad esorcizzare la paura di fallire la prova o per preservare la loro stessa incolumità fisica. Ricordo che prima di ogni gara di Karate c’erano sempre degli atleti che ripetevano rituali diversi e sotto gli occhi di tutti quasi fossero parte dello sport stesso.
Nel gioco socio-drammatico i tratti più caratteristici sono rappresentati dai ruoli relazionali cognitivamente più complessi che con l’età scolare si affiancano ad altri giochi con regole in cui la competizione, gara o partita, rappresenta la sua massima espressione.
Le attività ludiche seguono un processo di continua ricerca dell’affermazione del proprio sé e quella che solitamente è definita coscienza delle regole, si evolve attraverso degli stadi evolutivi che sono interconnessi con tutte le altre funzioni cognitive che si esprimono nel raggiungimento delle capacità idonee per il corretto svolgimento dei comportamenti sociali. Questo processo è la risultante di più sottoprocessi in cui il bisogno di competenza, inteso come completamento della piena capacità di gestire se stessi ed i propri obiettivi, rappresenta un punto cardine.
Giocare insieme significa conoscersi, crescere e condividere la vita insieme. Inoltre, ogni soggetto sembra rendersi conto, anche dolorosamente, che non basta desiderare di fare sport e di avere degli amici per realizzare questa dimensione sociale.
La frustrazione offre l’occasione di vivere esperienze significative d’intimità reciproca con gli altri e con se stessi in un rapporto di confronto paritetico.
La reciprocità tra amici e in seguito con atleti provenienti da città diverse, tuttavia non si realizza solo attraverso sport, ma il fatto di condividere una stessa disciplina accomuna, rende “simili” e ciò attenua l’ostilità dettata dalla competizione. Difatti, alcuni bambini capaci di maggiori abilità, o perché favoriti dalle circostanze, esprimono un maggior potere e questo scaturisce non solo dal rapporto, maturato con i genitori ma dal modo in cui hanno vissuto ed organizzato le esperienze riguardanti la percezione del livello di abilità sportiva e di autostima. Questo processo di adattamento gioca un ruolo determinante.
Youniss (1980) osservò come solo i bambini più deboli, e ciò non sempre è connesso ad un deficit, non replicavano di fronte ai torti subiti durante i giochi o le gare per timore di non riuscire a fronteggiare la situazione.
Nella psicologia dello sport, per poter indagare le capacità psicofisiche di gioco e di socializzazione, oltre che il reale livello aggiunto dall’atleta è necessario comprendere le caratteristiche del comportamento ludico-sportivo espresso con se stessi e con gli altri atleti che deve considerare a nostro parere cinque fasi essenziali:
– la quantità di tempo speso per gli allenamenti;
– il apporto instaurato con gli altri atleti;
– il grado di interazione;
– la qualità dell’interazione;
– il significato attribuito alla competizione-gara.
Le ricerche di Hartup (1983) sull’uso del tempo libero hanno rilevato la tendenza a trascorrere più tempo di gioco con gli amici che con gli altri coetanei. Tale comportamento, nel nostro caso, non è da considerarsi sempre valido per la costante ricerca di nuove relazioni e di continue conferme del proprio essere, ma va sottolineato che in un clima di amicizia e di cooperazione il livello degli atleti tende a crescere. Inoltre, molti bambini-ragazzi abbandonano uno sport se non rimescono a trovarsi a loro agio. E’ quindi compito dell’istruttore creare il giusto clima di socializzazione. Ciò è necessario per incoraggiare l’inserimento del soggetto all’interno di un gruppo che si riorganizza continuamente per l’arrivo di nuovi atleti.
La presenza in palestra di soggetti appartenenti all’altro sesso porta il soggetto a definire e sviluppare strategie di confronto capaci di rispondere alle pulsioni sessuali di cui il gioco rappresenta lo strumento di realizzazione reale o simbolico primario.
Fare Karate, a qualunque età, non solo significa possibilità di gioco e di gestione del tempo libero, ma promuove alte probabilità di raggiungere una buona forma fisica. Ogni sport, naturalmente, possiede delle caratteristiche che l’atleta confronta con le proprie attitudini e che definisce norme ideali che non sono dissimili dai giochi sociali. Le regole di uno sport divengono con il tempo uno stile di vita ed un punto di riferimento. Ciò comporta un periodo di incontro-adattamento seguito da una fase di stabilità-sicurezza fisica e psicologia dettata dall’addestramento che produce autostima psicofisico-sportiva.
Nella valutazione generale è importante considerare:
– il motivo della scelta sportiva;
– l’influenza dei genitori nella scelta;
– le aspettative rispetto allo sport;
– il livello di socializzazione aggiunto;
– a che livello viene praticato lo sport;
– se l’atleta subisce spesso incidenti;
– se rende di più in allenamento o in gara;
– gli sport praticati;
– gli impegni sociali e familiari;
– i vissuti personali;
– valutazione psicomotoria e neurofisiologica;
-.autovalutazione;
– altro.
L’individuazione delle difficoltà che impediscono lo sport, inteso in questo caso come interazione, e l’accesso in un gruppo sociale, permette l’esame di precise e soggettive sfere di sofferenza nei soggetti di tutte le età. Il terreno di gioco, la palestra, in questo caso, diviene il palcoscenico ideale sul quale ognuno interpreta la propria parte che scaturisce da un copione, la personalità, che si è costruita nell’arco di tutta la vita.

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Prof. Eugenio Lo Gullo – Psicologo, Psicoterapeuta, Già Docente Università “La Sapienza” di Roma, Scrittore.
C.N. II Dan di Karate Shotokan. Devo moltissimo al Karate Shotokan e al Maestro Pasqualino Trotta, C.N. VIII Dan. Pratico il Karate dall’età di 18 anni, Cintura Nera II Dan, Campione Italiano nel 1981, 1982, 1983, Pluricampione Regionale e Provinciale, Primo classificato Coppa Città di Bollate 83. Stage, Gare. Allievo di kenjutsu del Maestro Takashi. Studioso di Psicologia dello Sport, Zen, Filosofia Orientale e Arti Marziali. A Roma ho praticato il Karate presso l’Accademia Shotokan con il Maestro Giapponese Toshio Yamada, C.N. VI Dan, il Maestro Antonio Valentino, C.N. V Dan, ed il Maestro Antonio Fedele, C.N. IV Dan, Stage e Corsi di Arti Marziali, Full Contat, Kendo, Scherma. Come nella vita, per raggiungere dei risultati, contano i fatti: “fiducia in se stessi, anni di allenamento, i durissimi esami, i diplomi federali, il podio più alto, i trofei, le medaglie, esperienza come Istruttore, non le parole”. Pertanto, credo di aver maturato le competenze necessarie per occuparmi di Psicologia delle Arti Marziali e dello Sport. OSS!!!

Prof. Eugenio Lo Gullo
Psicologo, Psicoterapeuta, Neuropsicologo, Già Docente Università “La Sapienza” di Roma, Scrittore.
Cintura Nera II Dan, Karate Shotokan, Più volte Campione Italiano, Regionale e Provinciale.


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Autore dell'articoloScritto daEugenio Lo Gullo

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