di Marco Signorile
2 novembre.
Cinquant’anni dalla morte di Pier Paolo Pasolini.
Un nome che non appartiene al passato, ma al presente più vivo.
Perché ogni volta che lo si pronuncia, qualcosa vibra: un’inquietudine, una ferita, un lampo di verità.
Pasolini non è stato solo un poeta, uno scrittore, un regista.
È stato un corpo in ascolto.
Ha attraversato l’Italia come si attraversa un tempo che cambia, cercando la purezza nei gesti, nelle parole, negli sguardi che raccontano chi siamo davvero.
Ha dato voce a ciò che non aveva voce, trasformando il dolore in linguaggio, la realtà in poesia.
Aveva visto tutto in anticipo.
Il potere dell’immagine, l’omologazione del pensiero, la fine delle lucciole — quella luce lieve che un tempo segnava il confine tra innocenza e modernità.
E nel suo celebre “Io so, ma non ho le prove” c’è ancora oggi la sintesi di ogni verità taciuta.

“Le persone che amo di più sono le persone semplici, ma non lo dico per retorica.”
— Pier Paolo Pasolini
Dalla poesia al cinema, dalla parola scritta a quella pronunciata, la sua arte è stata un atto di fede nella libertà.
Non scriveva per compiacere, ma per comprendere.
Credeva nel dubbio come forma di verità, e nel coraggio come unica forma d’amore.
***
Come attore, non posso non sentirlo vicino.
Ho recitato le sue poesie, e ogni volta la sua voce sembrava attraversarmi, come se non fossi io a parlare, ma lui — attraverso di me.
Chi fa teatro, chi vive la parola, non può non averlo incontrato almeno una volta, come si incontra un maestro che non chiede applausi, ma verità.
Pier Paolo Pasolini appartiene a quella categoria di anime che non muoiono.
Continuano a camminare tra noi, nei silenzi, nei lampioni, nei versi che ancora fanno male.
Cinquant’anni dopo, la sua voce resta la più scomoda e la più necessaria.
Perché c’è un momento, nel teatro come nella vita, in cui la verità non si recita più: si sussurra.
E quel sussurro, oggi come allora, porta il suo nome.


