Niscemi, la terra che cede, le case nella memoria

Di Samuela Nisi

In questo momento Niscemi non è soltanto una città colpita da una frana. È una comunità che vive una fase difficile da definire, fatta di attesa, smarrimento, domande che restano aperte. È una condizione che riguarda chi è rimasto e chi, come me, è nato lì ma oggi vive lontano e guarda la propria città con un sentimento diviso tra appartenenza e distanza.

La frana del 25 gennaio 2026 non ha segnato solo il territorio, ha incrinato qualcosa di più delicato: le certezze quotidiane. Oggi molte famiglie convivono con un pensiero che non è più astratto. Ci sono cittadini che sanno già che non torneranno più nelle loro case, abitazioni crollate, altre inserite nella cosiddetta “zona nera”, destinate a essere abbattute perché non recuperabili. Case che fino a pochi giorni prima erano semplicemente casa e che oggi non esistono più, né come luogo né come possibilità.Per queste famiglie non c’è attesa, c’è una separazione netta e questo, pesa su tutta la città.

Accanto a chi ha perso tutto ci sono poi quelli che vivono nell’incertezza, chi aspetta una comunicazione, chi non sa se potrà rientrare, chi guarda la propria casa ogni giorno chiedendosi quanto tempo resterà ancora in piedi. È da qui che nasce un altro effetto, meno evidente ma molto concreto: l’economia che si ferma. A Niscemi si compra meno o addirittura non si compra più, non perché manchino le risorse ma perché manca la sicurezza. Quando non sai se resterai, ogni decisione perde senso. “A che serve?” è una frase che si sente spesso e, quando diventa comune, il commercio rallenta e la città trattiene il respiro.

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A tutto questo si somma un racconto mediatico che spesso semplifica, in alcuni casi travisa. Niscemi viene descritta come un luogo segnato dall’abusivismo edilizio, come se il centro storico fosse il risultato di una crescita disordinata e recente. È una lettura che ignora la storia della città.

Niscemi nasce ufficialmente come centro abitato nel 1626, quando il principe Giuseppe Branciforti di Butera ottenne la licentia populandi dal Re di Spagna Filippo IV. Dopo il terremoto del 1693 che devastò la Val di Noto, la città fu ricostruita. Il centro storico, con il suo impianto a scacchiera -e la cui mappa è conservata a Palermo -, risale alla seconda metà del XVII secolo. Parlare oggi di abuso edilizio senza discernere significa cancellare questa storia, significa mettere tutto sullo stesso piano e trasformare un patrimonio urbano in una colpa.

Anche l’idea di una Niscemi povera non regge ai fatti. I numeri raccontano altro: la città e il suo indotto producono di fatto circa un miliardo di euro l’anno.

Qui esistono palazzi del Settecento e dell’Ottocento che vengono liquidati con valutazioni frettolose. Quando si parla di case “da 20.000 euro”, spesso si ignora che quella cifra, in certi casi, non coprirebbe neppure una pertinenza.In questo quadro il Belvedere, “U Tunnu”, è diventato un simbolo ancora più carico di significato. Non perché sia accessibile ma proprio perché, ad oggi, non lo è più. Oggi è zona rossa. Non si passeggia, non ci si affaccia e neppure ci si ferma. Ciò nonostante continua a essere presente nel pensiero dei niscemesi.Una targa lo ricorda con parole semplici: “Qui finisce la nostra città e qui inizia uno dei più bei panorami di Sicilia.”

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Costruito in stile barocco all’inizio del XIX secolo, il Belvedere domina la piana di Gela e le montagne intorno. È sempre stato un punto di riferimento. I tramonti che si vedevano da lì non erano solo belli, erano parte di un’abitudine condivisa, di un modo di stare insieme e di guardare oltre. Oggi quei tramonti restano custoditi dal silenzio, in attesa che i niscemesi tornino a riconoscersi nel loro sguardo. Non sono scomparsi né si sono spenti, sono lì, trattenuti dal tempo come certe cose care che, si lasciano intatte perché si sa, che un giorno qualcuno tornerà a cercarle.

In questi giorni di attesa e fragilità, Niscemi non è rimasta del tutto sola. Durante l’Angelus di domenica, Papa Leone XIV ha rivolto un pensiero alle popolazioni colpite da inondazioni e frane in diverse parti del mondo, citando anche il sud Italia e, in modo esplicito, Niscemi. Parole semplici, misurate, accompagnate da un invito all’unità e alla solidarietà e dall’affidamento alla protezione della Vergine Maria.Non è una soluzione, né una risposta concreta ai problemi che restano aperti. Ma è un segno, un riconoscimento. Il fatto che il nome di Niscemi sia arrivato fin lì, pronunciato ad alta voce, ha attraversato la città come un filo sottile di conforto. Perché quando una comunità è ferita, sapere di essere pensata e ricordata, conta.

E oggi Niscemi è questo: una città che resiste con dignità, che tiene insieme dolore e contegno, che aspetta risposte senza smettere di affermarsi. Anche quando la terra cede. Anche quando le case restano solo nella memoria.