La vita, l’amore e la forza dell’umanità attraverso i versi di un ‘rivoluzionario romantico’ come Nazim Hikmet

di Paolo Brutto

La vita non è uno scherzo. Prendila sul serio, come fa lo scoiattolo, ad esempio, senza aspettarti nulla dal di fuori o nell’al di là. Non avrai altro da fare che vivere”.

Furono questi versi, presenti all’interno di un’antologia liceale dedicata ai poeti del Novecento tanti anni fa, a farmi scoprire e a farmi innamorare di Nazim Hikmet, una delle voci liriche più importanti ed autorevoli del secolo scorso, un poeta amato e celebrato in tutto il mondo che però dovette sopportare, a causa delle sue personali visioni politiche, le pene estreme del carcere e dell’esilio in quanto oppositore del regime presente in Turchia in quegli anni.

Nazim Hikmet nacque a Salonicco nel 1902, nell’allora Grecia ottomana, in un contesto familiare ricco ed aristocratico. Suo padre era un diplomatico che, nel tempo libero, si cimentava anch’esso con poesie e racconti brevi mentre la madre era una pittrice, appassionata di poesia francese, in particolar modo di poeti come Lamartine e Baudelaire. Hikmet cominciò a scrivere i suoi primi testi all’età di quattordici anni mentre la prima pubblicazione su una rivista avvenne tre anni dopo. Inizialmente aderì agli ideali del partito nazionalista di Ataturk ma, complice la sua pubblica denuncia del genocidio armeno e le sue idee decisamente non allineate con le alte sfere nazionaliste turche, riparò in Unione Sovietica dove, attratto dagli ideali socialisti e dalle letture su Karl Marx e sugli ideali propugnati dalla rivoluzione russa, divenne comunista ed un convinto antimilitarista. Conobbe Lenin, per il quale nutrì un’ammirazione tale da divenire una guardia d’onore accanto al feretro di quest’ultimo nel 1924, ed intellettuali come Esenin e Majakovskij, che ebbero su di lui un’influenza determinante. Nazim Hikmet ritornò successivamente in Turchia nel 1928, aderendo al partito comunista turco. Nel 1929 fu condannato per affissione irregolare di manifesti politici e trascorse cinque anni in carcere prima dell’amnistia del 1935: in questo periodo così doloroso, tuttavia, Hikmet scrisse ben nove libri di poesie che avrebbero rivoluzionato la lirica turca con il suo uso straordinario di versi liberi.

Dopo la morte di Kemal Ataturk, il regime turco si irrigidì a tal punto che Hikmet venne condannato a 28 anni di carcere a causa di una poesia che, secondo le autorità turche del tempo, incitava i marinai alla rivolta. In realtà tutto ciò fu solo il pretesto per colpire una delle voci ‘contro’ più autorevoli dell’epoca e la sua condanna era rivolta non solo alle sue idee comuniste e antimilitariste ma, soprattutto, era indirizzata a colpire e a punire le sue iniziative antinaziste ed antifranchiste.

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Costretto alla censura – alcune sue poesie di argomento politico furono dichiarate proibite dal regime in quanto sovversive e lesive dell’onore dell’esercito turco -, Hikmet subì non solo una dura detenzione ma venne anche torturato. Il suo spirito, però, non si piegò mai a tal punto che, in risposta a questo regime oppressivo, il poeta turco proclamò lo sciopero della fame che durò ben 18 giorni, le cui conseguenze gli avrebbero cagionato i problemi cardiaci che, successivamente, lo avrebbero portato alla morte.

In questo periodo così doloroso, tuttavia, scrisse molti componimenti poetici (tra cui la celebre lirica Alla vita con cui ho aperto questo articolo): nel carcere di Bursa, in Anatolia, scontò quasi dodici anni prima che le pressioni internazionali e l’intervento di una commissione composta da personalità di spicco come Tristan Tzara, Pablo Picasso, Pablo Neruda, Jean-Paul Sartre e altri ne favorissero la scarcerazione nel 1950, in seguito ad una nuova amnistia. Le autorità turche, tuttavia, non potevano permettere ad una personalità così eccezionale di poter rimanere in vita e continuare a predicare le sue idee e la sua visione del mondo liberamente: Hikmet fu vittima, in questo periodo, di ben due attentati e, quando fu costretto dagli eventi e dal regime sempre più oppressivo ad espatriare a Mosca e a scegliere il destino amaro dell’esilio, la terza moglie e suo figlio Mehmet non poterono seguirlo, costretti dal regime a rimanere all’interno dei confini della nazione turca. Hikmet trascorse gli anni dell’esilio viaggiando in tutta Europa (giunse, nel suo infinito peregrinare, anche a Roma dove rimase colpito dalla bellezza della città eterna tanto da dedicargli due liriche che celebrano la bellezza delle donne e le terrazze della città), in Sudamerica e in Africa.

Dopo aver rinunciato alla cittadinanza turca ed aver chiesto asilo politico in Polonia nel 1951, ottenne la cittadinanza di questo paese nel 1959 – facendo valere le origini familiari della madre – ma mantenne la sua residenza in Unione Sovietica dove gli venne assegnato un alloggio nella colonia di scrittori a Peredelkino, a Mosca. Purtroppo il governo turco si oppose nuovamente al trasferimento della moglie e del figlio Mehmet sul suolo russo e al ricongiungimento con il poeta ma, nonostante tutto ciò, fu proprio in questo periodo che Hikmet dedicò al figlio una poesia carica di speranza e di amore nei confronti dell’umanità, la celebre Prima di tutto l’uomo, protagonista di questo contributo ed omaggio sincero ad un poeta sublime, fra le voci più rappresentative dell’intero Novecento.

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Non vivere su questa terra come un estraneo

e come un vagabondo sognatore.

Vivi in questo mondo

come nella casa di tuo padre:

credi al grano, alla terra e al mare

ma prima di tutto credi all’uomo.

Ama le nuvole, le macchine, i libri,

ma prima di tutto ama l’uomo.

Senti la tristezza del ramo che secca,

dell’astro che si spegne,

dell’animale ferito che rantola,

ma prima di tutto senti la tristezza

e il dolore dell’uomo.

Ti diano gioia

tutti i beni della terra:

l’ombra e la luce ti diano gioia,

le quattro stagioni ti diano gioia,

ma soprattutto, a piene mani,

ti dia gioia l’uomo!

Attraverso questa lirica, un vero e proprio testamento spirituale oltreché poetico, Hikmet vuole far capire a suo figlio – e, implicitamente, ad ognuno di noi – l’importanza e la bellezza della nostra umanità, un’umanità intrisa di condivisione, di partecipazione ma, soprattutto, di empatia nei confronti delle emozioni provate dall’uomo nel corso della sua esistenza. Il poeta turco vuole che suo figlio apprenda la necessità di donarsi, di non essere egoista, di vivere il mistero della natura, degli astri, dell’universo senza però mai recidere il contatto preminente con l’uomo e la sua anima, un’anima che, per vivere appieno la bellezza del mondo e la sua complessa semplicità, ha bisogno del contatto con altre anime simili alla sua, di assaporare l’umanità fino in fondo, di filtrarla anche attraverso gli occhi degli altri, in modo da goderne appieno e non solo in minima parte.

Nazim Hikmet ci invita a dedicarci con tutto il cuore a ciò che ci circonda, ad amare l’uomo senza remore e la vita contenuta in esso e al di fuori di lui: sarà questo amore a donarci la gioia e, attraverso le suture più delicate dei sentimenti (per citare un altro poeta come Pier Paolo Pasolini), sarà forse possibile trovare il senso più autentico della nostra esistenza, quella felicità a lungo vagheggiata ma persa negli infiniti rivoli delle nostre miserie umane.