La ‘visione’ della realtà e dell’amore attraverso la lirica di Eugenio Montale

di Paolo Brutto

E’ diventato quasi un luogo comune ritenere che l’amore vada via via perdendo la sua spinta più vera e passionale quando viene assorbito inesorabilmente dagli impegni sempre più pressanti della nostra vita, dal frastuono caotico e bulimico dei nostri desideri sempre più fugaci e superficiali, dal dover essere per apparire a tutti i costi piuttosto che voler essere per vivere davvero. Le nostre abitudini, i nostri ritmi di vita frenetici e disumanizzanti sembrano

condannarci senza mezzi termini ad un senso di vuoto perenne, ad una vera e propria ‘malinconia’ del vivere, nella quale si avverte la sgradevole sensazione di avere tutto per essere felici ma di non possedere la chiave giusta per poterne godere appieno. E allora cosa può salvarci, cosa può dare un senso autentico alla nostra vita di tutti i giorni ed elevare il nostro animo di fronte al mutevole scenario delle nostre esistenze?

Ce lo spiega in maniera sublime Eugenio Montale, fra i più grandi poeti e scrittori del Novecento italiano, premio

Nobel per la letteratura nel 1975, con la sua lirica ‘ Ho sceso, dandoti il braccio’, il componimento poetico più celebre presente negli Xenia (divisi in due sezioni e appartenenti alla raccolta poetica Satura, pubblicata nel 1971), con il quale il poeta inaugura una nuova fase del suo percorso letterario, ispirata a toni volutamente più dimessi e intimi, quasi prosastici, la quale però non rinuncia a toccare e a sviscerare i temi più profondi ed esistenziali della nostra umanità.

Eugenio Montale e la moglie Drusilla Tanzi, definita affettuosamente “Mosca” dagli amici e dal poeta.

Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale

e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.

Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.

Il mio dura tuttora, né più mi occorrono

le coincidenze, le prenotazioni,

le trappole, gli scorni di chi crede

che la realtà sia quella che si vede.

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Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio

non già perché con quattr’occhi forse si vede di più.

Con te le ho scese perché sapevo che di noi due

le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,

erano le tue.

Questi versi rappresentano un commosso ricordo della moglie e scrittrice Drusilla Tanzi, scomparsa nel 1963 dopo un solo anno di matrimonio e alla quale il poeta era legato sentimentalmente dal 1939 (negli anni Venti la Tanzi faceva parte del gruppo di scrittori e poeti che gravitavano intorno alla rivista Solaria ).
Soprannominata affettuosamente “Mosca”a causa della sua miopia molto acuta che la costringeva a indossare occhiali dalle lenti molto spesse, era tuttavia una donna viva e vitale ed è eroica, in lei, la sua sete di vivere, per citare l’amica Lea Quaretti che ne ricorda con affetto la scomparsa in una pagina del suo diario datata 21 ottobre 1963. La Quaretti, in un altro passo, accenna a come si dovesse sentire la Tanzi nella difficoltà quotidiana di scendere le scale e ciò sembra prefigurare il tema da cui Montale trarrà l’ispirazione per comporre i versi della sua lirica.
In questa poesia si alternano magistralmente passato e presente, ossia le vicende temporali che riguardano Mosca rispettivamente “in vita” e “in morte” di quest’ultima.
L’incipit della poesia è affidato ad una pregnante iperbole ( almeno un milione di scale la quale viene ripresa all’ottavo verso da un’altra iperbole dove le scale diventano addirittura milioni ), che intende sottolineare da una parte l’abitudinarietà del gesto di scendere le scale, e dall’altra il ricordo nostalgico della vita trascorsa insieme, sempre l’uno accanto all’altra. Il viaggio di Montale prosegue in questa vita ma, con la scomparsa di Drusilla e la sensazione di vuoto e di solitudine dettata dalla sua assenza, il poeta comprende finalmente, in tutta la sua pienezza, la futilità degli impegni e delle urgenze che ci attanagliano giorno dopo giorno, ai quali diamo così tanta importanza credendo che l’unica dimensione possibile dell’esistenza sia solo quella legata a ciò che si vede e si tocca con mano ( le coincidenze, le prenotazioni, le trappole, gli scorni di chi crede che la realtà sia quella che si vede).
Al contrario Drusilla, nonostante la vista menomata dalla miopia, possiede una vista ‘ideale’ molto più efficace ed acuta di quella del poeta, consapevole che la realtà vera va ben al di là del tangibile, rendendola impermeabile alle trappole e agli scorni che sembrano condannare tristemente le esistenze degli altri. Il tema principale della poesia è, dunque, l’amore come aiuto reciproco, come mutuo soccorso che sostiene e salvifica al tempo stesso. Gli occhi, specchio ideale delle nostre anime e, al tempo stesso, strumento acuto ed efficace per scandagliare a fondo le diverse realtà della nostra esistenza, diventano il tramite sublime per giungere ad una realtà intrisa di sogni e di emozioni, una realtà a cui è possibile giungere solo se si lasciano indietro le catene invisibili e soffocanti delle nostre sovrastrutture mentali, il nostro voler imbrigliare a tutti i costi il senso del mistero che ci circonda invece di accettarlo assaporandone l’essenza con tutta la grazia di cui siamo capaci, senza per forza cercare risposte definitive che diano un senso totalizzante al nostro incedere nel tempo.
Abbiamo bisogno di ragioni per vivere oltre che di mezzi per vivere e se l’amore costituisce LA ragione per eccellenza, gli occhi della persona amata rappresentano il faro ideale dove poter indirizzare le nostre esistenze in cerca non di porti sicuri ma di stille di eternità.

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