Di Daniele Castrizio
Tra i miti fondativi di Roma, quello di Tarpea occupa un posto ambiguo e affascinante. La tradizione più diffusa, tramandata da Tito Livio, ci racconta che Tarpea — o Tarpeia, secondo la forma latina — fosse una vergine vestale, figlia di Spurio Tarpeio, comandante della cittadella capitolina al tempo di Romolo. Custode del fuoco sacro e dunque legata a un destino di purezza e di dedizione assoluta alla città, la giovane si sarebbe invece lasciata corrompere dall’oro del re sabino Tito Tazio.
Secondo il racconto, Tarpea si invaghì delle splendide armille d’oro che i Sabini portavano al braccio sinistro. Accecata dal desiderio, accettò di aprire, nella notte seguente, le porte della cittadella ai soldati nemici. Il tradimento fu consumato: Tito Tazio e i suoi uomini penetrarono nella rocca con l’inganno. Ma la ricompensa che la giovane attendeva si tramutò in condanna. Non solo il re sabino, ma tutti i suoi guerrieri, le gettarono addosso i loro monili insieme agli scudi. Il peso degli oggetti la travolse e la soffocò, trasformando la promessa di un dono in strumento di morte.
Da quell’episodio, secondo la tradizione, deriverebbe il nome della Rupe Tarpea , una parete del Campidoglio da cui nei secoli successivi sarebbero stati gettati i traditori della patria. Così, la sorte della giovane diventava paradigma eterno: la città non perdona chi la vende ai nemici.

Eppure, non tutte le fonti concordano. Plutarco ci tramanda due varianti significative. In una, Tarpea non sarebbe stata romana, bensì figlia dello stesso Tito Tazio: costretta a vivere con Romolo, avrebbe ceduto alle suppliche del cuore, scegliendo di tradire i suoi carcerieri per amore filiale. Ma il padre, anziché ricompensarla, ordinò per lei la più atroce delle morti. In un’altra versione ancora, la vicenda si sposta addirittura al tempo dell’invasione dei Celti Boii: Tarpea avrebbe consegnato la rocca al loro re, di cui si era innamorata, macchiandosi di tradimento per amore passionale, non per avidità.
Il mito di Tarpea non restò confinato ai testi, ma fu fissato anche nelle immagini. Due denari di età repubblicana ne mostrano con forza drammatica l’episodio. Nel primo , la giovane appare sepolta dagli scudi, con le braccia levate al cielo: un gesto che iconograficamente esprime la supplica e la preghiera estrema di chi implora pietà dai carnefici.

Nel secondo, due guerrieri sabini si apprestano a gettarle addosso i loro grandi scudi, del tipo in uso presso i Romani in epoca repubblicana. Sopra la scena, però, compaiono il sole e la mezzaluna, simboli dell’aeternitas: la giustizia eterna che punisce i traditori, a prescindere dal tempo.

A Roma, un’eco plastica del mito è conservata anche in un fregio proveniente dalla Basilica Emilia, in cui due guerrieri colgono l’attimo di scagliare gli scudi su una donna inginocchiata, mentre un uomo anziano osserva la scena: è Tito Tazio stesso, che vigila affinché la pena sia compiuta.
Al di là delle varianti del mito misogino e dell’immagine ufficiale voluta dallo Stato, il destino di Tarpea ci parla di una leggenda piegata dall’ideologia romana del tempo. La sua figura diventa ammonimento, strumento politico e morale, volto a ribadire la forza del mos maiorum, l’austera fedeltà agli antenati e alla città. Ma, nelle pieghe del racconto, si intravede anche altro: una donna che, spinta da un amore filiale o da una passione ardente, giunge a sfidare le regole del suo tempo. È forse questa ambiguità — tra avidità, tradimento, sacrificio e sentimento — a rendere la “vestale traditrice” una delle figure più complesse e inquietanti della mitologia romana.


