LA NOTTE CHE SI BRUCIO’ IL JAZZ: I PRIMI PASSI

di Michele Minisci

Ma facciamo un lungo passo indietro.

Gli anni di piombo erano appena dietro le nostre spalle ma ci avevano lasciato, ai bordi delle strade, detriti che difficilmente saremmo riusciti a smaltire. Detriti abbandonati da una generazione ormai allo sbando, detriti fatti di rancore, incomprensione, rabbia, disillusione, resi ancor più pesanti da un’intolleranza sfociata poi nel nichilismo più assoluto e totale verso tutto e tutti.Da sbat e’ caz, come dicono in Romagna. E molti di noi si erano chiusi a riccio; il «privato» era diventato… molto privato.E questo io l’avvertivo in maniera evidente, faticosa, a volte drammatica, nel mio rapporto con Roberta, la mia nuova compagna, che ancora continuava a sbattersi con le sue collanine e i suoi braccialetti, che trovavano però, fortunatamente per lei, sempre nuovi acquirenti.Il suo più grande rammarico era vedere che io non riuscivo a capire, ad analizzare senza pregiudizi, a giustificare addirittura il suo «Movimento»; mentre la mia insofferenza si manifestava prima di tutto verso me stesso, che non riuscivo a entrare in sintonia con le cose che mi diceva e faceva, poi verso di lei, che si era incamminata verso un pauroso disincanto e disillusione per tutto e tutti, che mi facevano rabbia e paura allo stesso tempo.E quando mi sono accorto che non riuscivamo più a «mordere il vento», che non riuscivamo più nemmeno a parlarci, a guardarci, a toccarci, le ho portato un giorno nel suo negozietto di bigiotteria un pezzo di carta da pacchi, quella marrone, in cui avevo scarabocchiato alcune frasi che dipingevano in maniera precisa il nostro rapporto ed in pratica era una lettera di addio.

Ma ora io, tutti noi ricominciavamo a sentire la voglia di ritrovarci tra i vecchi amici di una volta, passare una serata sbracati, cazzeggiare del più e del meno, specialmente d’estate, essenzialmente al Festival provinciale de l’Unità, unica possibilità di assistere a concerti ed eventi di un certo spessore, nel quieto entroterra romagnolo, a chiacchierare e a bere una birra o un bicchiere di Sangiovese con più leggerezza, ora, e più spensieratezza, pur in mezzo a fastidiosi sciami di zanzare e nel caldo afoso della bassa.Quasi magicamente, dopo che tutta la gente era sfollata, dopo un concerto di Guccini, di Vecchioni o di Finardi, ecco che saltavano fuori una chitarra, e poi un bongo, e poi una maracas, e si cominciava a suonare non più e non solo Bella Ciao o Morti di Reggio Emilia o Contessa, ma con sempre maggiore frequenza le canzoni di Battisti, De Gregori, Bennato e degli intramontabili e immancabili Bob Dylan, Leonard Cohen, Cat Stevens.

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E ci divertivamo un sacco. Con Giorgio Sabatini, il fotografo ufficiale del Festival, a tenere banco con le sue barzellette e le sue gag tra un pezzo e l’altro e a dirigere e sollecitare le canzoni in scaletta, mentre noi guardavamo con sorpresa e un pizzico di orgoglio quel mucchio selvaggio di gente che sempre più numeroso si radunava attorno a noi e non voleva che smettessimo mai di suonare, di cantare e di coinvolgerla.

Fino a quando non arrivava il ferreo servizio d’ordine del PCI che esasperato diceva… basta.E la cosa è durata per tutto il mese di luglio del 1981, come una prima cartina di tornasole di quello che sarebbe successo poi, debordando, in tutta Italia, con lo «yuppismo», il «craxismo», la «Milano da bere», il falso noncurante tintinnio del ghiaccio in fondo al bicchiere di whisky, il divertimento fine a se stesso, stereotipi di quegli effervescenti anni che sarebbero stati per tutti…gli “Anni Ottanta”.Sull’onda del nostro «successo», io e i miei amici ci ripromettemmo di trovarci alla fine dell’estate per verificare se c’erano ancora le condizioni per suonare insieme divertendoci e continuare a far divertire gli altri.Alla fine di settembre riunii a casa mia tutti gli amici «musicisti», ma è meglio dire appassionati di musica che sapevano strimpellare qualche strumento: Lino e Marietto, il sax, alto e tenore, Pigi, la batteria, Riccardino, il contrabbasso, Paolo, il sax baritono, Gigi, il pianoforte e tastiere, per decidere il da farsi. E io? Be’, io… organizzavo.La discussione fu breve perché eravamo tutti convinti di dover continuare a suonare, di doverci ritrovare tra noi e allargare la cerchia, così ci sguinzagliammo alla ricerca di un locale adatto alla bisogna.

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