di Diana Migliano
C’era una volta, arroccato su una cima calabrese, un luogo misterioso conosciuto come “il paese delle streghe”. E c’è anche oggi, San Fili, con i suoi antichi vicoli, immersi nel profumo di finocchietto selvatico e incenso, popolati da destini vecchi e nuovi. Destini che ogni anno invisibilmente si intrecciano e si celebrano nel “Festival delle magàre” , iniziato ieri nella sua edizione 2025.
Dopo il convegno d’apertura ricco di interessanti interventi sulla storia del paese e sugli intenti di restituire luce agli antichi saperi di cui è depositario, si è fatto spazio allo spettacolo rituale…
Come da tradizione, al calar della notte, il vero inizio del Festival è stato sancito dal cerchio di donne formatosi in piazza ieri sera, in cui sono stata chiamata a danzare tra sconosciute.
È stato bellissimo. Seguire l’istinto è stato sufficiente per sapere come muoversi, l’intesa del gruppo è apparsa da sè.
Niente palco, niente protagoniste: solo musica di tamburi, piedi scalzi e voci arcane sotto il cielo stellato. La danza in cerchio ha rievocato la gioia di ritrovarsi nel bosco tra donne, la memoria delle antenate, la potenza del corpo femminile e la magia della sorellanza… devastata dai forconi e dai roghi dell’inquisizione che ha solo apparentemente cancellato quella forza.
Eppure, inevitabilmente, come ogni strega sa, a ogni morte corrisponde una rinascita, e così anche nel cerchio danzante, al nero è seguito il bianco, alla disperazione immobile è seguita la speranza e la gioia di celebrare l’infinita magnificenza della donna. In quel momento, nessuna si sentiva “fuori posto”, ma eravamo tutte coinvolte dal ritmo incalzante del tamburo del rituale rievocativo: la ragazzina timida, la nonna con la treccia grigia, la turista in Calabria per vacanza. Tutte streghe per una notte. O forse per sempre.
Danzare sotto la luna non è solo una bella immagine da poster o da storie su Instagram. È un invito potente. È un “ricorda chi sei” sussurrato tra un passo e l’altro. È risvegliare la parte selvatica e istintiva che la società ha educatamente messo a dormire. È concedersi la libertà di non essere sempre razionali, composte, produttive. È un atto sovversivo e sacrosanto che invito ogni donna a compiere. Perché oggi le magare non si nascondono più: ballano al plenilunio e ci chiamano attraverso riti antichi e consapevolezze nuove.
Ma chi erano le magàre? Donne sapienti che senza laurea nè strumenti curavano gli altri. Erano in grado di aggiustare le ossa, mandare via il malocchio, alleviare i malanni più comuni, ma soprattutto erano eccellenti accompagnatrici alla nascita e alla morte. Per questa incredibile e inspiegabile familiarità con le energie invisibili vennero successivamente additate come streghe.
Un tempo, bastava essere curiose, intelligenti, un po’ troppo sole o troppo rumorose per essere tacciate di stregoneria: “Quella è diversa, dev’essere pericolosa” e via con quelle accuse e maldicenze peggiori di qualsiasi fattura o maledizione. Le magare – termine dialettale calabrese per “streghe” – erano spesso donne sole, esperte erboriste, levatrici, guaritrici, oppure semplicemente donne che non si piegavano alle autorità e alle ingiustizie. Esiliate ai margini, temute, eppure cercate di nascosto quando i mali del corpo o dell’anima non trovavano consolazione nelle vie ufficiali.

Oggi quella figura ritorna, ma con una nuova luce: la magara non è più sinonimo di ignoti malefici, ma di conoscenza ancestrale, ribellione creativa, connessione con la natura e con sé stesse. È la donna che ascolta, che cura, che sa. È la sorella che ti guarda negli occhi e ti dice: “Non sei sbagliata. Sei solo potente.”
Le magare del XXI secolo non volano su scope (anche se ammettiamolo, qualche monopattino elettrico avrebbe fatto comodo tra le salite del borgo), ma volano alto, altissimo, sopra secoli di patriarcato e ignoranza. E lo fanno con un sorriso ironico, qualche amuleto al collo e un bicchiere di vino in mano.
Come succede ormai da anni: il Festival delle Magare ha acceso le strade di San Fili, non con le fiamme infernali dell’Inquisizione, ma con scintille di creatività e con la passione di trasformare ogni incantesimo in una festa.
La parola “magara”, un tempo pronunciata con sospetto, ora è uno stendardo che sventola fiero tra bancarelle di erbe officinali, spettacoli teatrali e riti collettivi che seguiranno per tutto il week end di inizio agosto. Sarà bellissimo mescolare cultura e divertimento, ascoltare bella musica in piazza, ammirare l’allestimento artistico tra i palazzi antichi, ricevere trattamenti e consulti personalizzati con cristalli e tarocchi.
In un’epoca in cui l’indipendenza femminile è ancora vista con sospetto, l’archetipo della strega – della magara – torna a graffiare, a ridere, a proteggere. Non per fare male, ma per ricordare che la vera magia è la libertà. Libertà di essere, di scegliere, di sbagliare. Di guarire, di creare, di gridare. Di amare sé stesse prima di tutto.
E allora, sorelle, magare, streghe di ogni età: non aspettate il prossimo Festival. Il cerchio è già aperto, la luna è sempre lì, e la musica – fidatevi – è dentro di voi. Mettetevi comode. O meglio: scalze.
Perché essere strega oggi non è un’offesa.
È un onore. È un richiamo. È una rivoluzione.
Pronte a danzare?


