di Michele Minisci
Leggevamo spesso sulla Domenica del Corriere che comprava il barbiere del paese agli inizi degli anni ‘60 quello che succedeva d’estate sulla Riviera Adriatica, con turisti da tutto il mondo, musica dalla mattina a notte fonda, un mare piatto,tranquillo, senza sorprese, che ci puoi camminare sopra per un chilometro e non succede niente, l’acqua ti sfiora appena i fianchi, mentre il nostro mare Ionio è improvviso, selvaggio, inaspettato, come tutta la terra che lo circonda. Ti tuffi, fai tre bracciate e già non tocchi più e questo ti sorprende immediatamente, ti turba a tal punto che devi girarti indietro per vedere la spiaggia, qualche baretto abusivo, le barche dei pescatori tirate a riva, che poi non sono così lontani. E poi ti rassicuri.Per la verità non è che ci andassimo così spesso al mare, dal nostro paesino, anche se era ad un tiro di schioppo. Lo vedevamo dalla cima della nostra collina quando sorgeva a Oriente e i suoi raggi obliqui si specchiavano sullo spicchio d’acqua che lambiva la spiaggia di Schiavonea facendola scintillare e brillare come se ci fossero mille stelline.Ci sentivamo più “montanari” perché il mio paese era a quasi cinquecento metri sul livello del mare, e poi perché molto spesso il nostro mare “usciva pazzo”improvvisamente, forse quando il maestrale cambiava di botto il suo giro, o perché il fondale diventava subito profondo dopo quattro-cinque bracciate. E poi,all’improvviso, quando il vento cambiava improvvisamente il suo giro, si formavano cavalloni impetuosi alti due-tre metri che ci mettevano un po’ di paura e ci facevano passare la voglia di mare.

Ma quando ci andavamo ci attrezzavamo per bene, eh si…Sin dalla sera prima, mia madre e le mie sorelle cominciavano a preparare il“mangiare per il mare”: frittata con il caciocavallo dentro; spaghetti al sugo, rimasti dal giorno prima riutilizzati anch’essi a frittata; e poi dei grossi pomodori rossicci,pezzi di salsiccia piccante e soppressata, due o tre pezzi di pane tondo, fatto in casa,di due-tre chili l’uno, uova bollite a volontà e dulcis in fundo, il cocomero di 20 chili che veniva subito messo da noi piccoli in una buca profonda scavata sulla battigia,per essere rinfrescato dall’acqua del mare.Ma la cosa che mi piaceva di più era quando ci portavamo dietro delle grosse camere ad aria, quelle delle littorine di mio padre della ditta Rava, e le usavamo come salvagente e non c’era vento che teneva, che riusciva a sbalzarci in acqua. Due grandi lenzuoli bianchi, tesi dai cugini più grandi tra due barconi di pescatori ormeggiati sulla riva dopo la pesca notturna con le lampare, completavano la nostra organizzazione, diventavano la nostra capanna, perché a quei tempi non c’eranomica gli ombrelloni, e dopo si procedeva con l’apparecchiatura della tavolata. Non prima di una corsa ed un tuffo in acqua, da parte di tutti noi ragazzini.E cominciava così la giornata, che verso mezzogiorno si interrompeva per il pranzo,mentre noi ragazzini non ci stancavamo di stare in acqua fino a quando le labbra non diventavano viola per il freddo, e qualche adulto veniva a tirarci via con la forza, tra le nostre ormai deboli proteste. E alle sette del pomeriggio…di nuovo su a casa!


