Gli abiti funebri nelle arti visive occidentali

di Rossana Lucente

Nell’arte occidentale, gli abiti funebri, diventano strumenti per comunicare tristezza, perdita, devozione e memoria. Le prime tracce di pratiche funerarie risalgono al Paleolitico, dove corpi sepolti erano accompagnati da ornamenti, amuleti o pelli animali.

In queste rappresentazioni primitive, come le pitture rupestri o le statuette funerarie, predominava il colore rosso, legato al sangue, e, alla separazione. Nel Cratere Attico a figure rosse del “Funerale di Patroclo (V secolo a.C.)”, la morte dell’eroe dell’Iliade di Omero, ucciso da Ettore, e, compagno d’armi di Achille, viene esaltata dalle “prefiche”, ovvero le donne “lamentatrici”, le quali con lunghe tuniche, postura sofferente, mani al cielo, e, i capelli sciolti, enfatizzano il dramma, e, la solennità del rito.

Nell’opera medievale la “Morte di San Francesco” (1295-1300)” di Giotto, i frati indossano il tipico saio marrone e grigio, accentuando con la espressione addolorata dei volti, e, il bacio delle stimmate, la gravità del distacco da colui che aveva sposato la povertà, contrariando i desideri dei familiari.

Nel ritratto rinascimentale di “Francesco I de’ Medici (1590)” di Alessandro Allori, il granduca appassionato di scienze e alchimia, indossa un abito nero con collo in pelliccia, segno di potere, e, sofferenza dignitosa.

Nel dipinto tardo – barocco di “Mrs Lydia Hancock (1770)” di John Singleton Copley, ritrattista dell’America coloniale, la moglie del ricco mercante Thomas Hancock, porta un abito nero integrale, dotato di cuffia, e, privo di gioielli, simbolo di decoro e dolore silenzioso.

Nell’opera romantica “La Vedova (1860)” di Francesco Hayez, la protagonista, porta un elegante vestito nero e velo trasparente sul capo, indice dell’espressione malinconica della privazione, e, del sentimento patriottico del Risorgimento.

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Nel dipinto preraffaellita la “Vedova romana (1874)” di Dante Gabriele Rossetti, identificata come la modella Alexa Wilding, viene raffigurata in abito giallo-ocra e velo bianco, seduta accanto all’urna del marito defunto, mentre suona due piccole arpe, segno di elegia e ricordo, tra composizioni di rose, legate all’amore eterno.

Nel XX secolo, l’opera “Madre con bambino” (1921)” di Käthe Kollwitz, pittrice tedesca di origine prussiana, mostra una donna in abito scuro, la quale stringe il piccolo in un abbraccio protettivo, specchio di un lutto interiore e collettivo, considerato che l’artista perse un figlio durante la prima Guerra Mondiale. In sintesi, gli abiti funebri, attraversano l’arte occidentale, tramutandosi in veicoli simbolici, emotivi e sociali, dove il colore scuro diventa il linguaggio universale del dolore, in opposizione al colore bianco del lutto del mondo orientale.