Bullismo, il caso di Paolo Mendico e l’urgenza di una risposta collettiva

di Carlo Franzisi

Il bullismo, in tutte le sue forme, continua a rappresentare una ferita profonda e irrisolta della nostra società. Non si tratta di un fenomeno recente, ma di una realtà storicamente radicata, che ha attraversato generazioni e contesti differenti. Basti pensare al nonnismo nelle caserme, dove per decenni si sono consumati abusi e violenze, spesso taciuti per paura o per cieca accettazione di pratiche considerate “tradizioni”.

Nelle scuole e tra i giovani, il bullismo assume contorni ancora più inquietanti. La prepotenza di pochi soggetti, spesso tollerata o addirittura ammirata dai compagni, alimenta un clima di omertà e di conformismo che lascia soli i più deboli: chi ha un’origine etnica diversa, chi manifesta un orientamento sessuale non conforme agli stereotipi dominanti, chi appartiene a culture differenti, o semplicemente chi esprime tratti di gentilezza e sensibilità che oggi, troppo spesso, vengono percepiti come fragilità.

Le radici del problema affondano anche in modelli familiari e sociali che esaltano aggressività, prevaricazione ed edonismo, spingendo i giovani a riconoscersi e a misurarsi attraverso simboli esteriori: marchi, oggetti di moda, status simboli che finiscono per definire l’appartenenza a un gruppo o a un ceto sociale.

L’effetto moltiplicatore dei social

Se un tempo il bullismo si consumava entro le mura di un’aula o nel perimetro di un istituto scolastico, oggi i social network ne amplificano la portata, trasformandosi in veri e propri detonatori. Chat di gruppo, pagine dedicate e contenuti virali estendono la violenza verbale e psicologica ben oltre il tempo scolastico, rendendola onnipresente nella vita delle vittime.

Spesso i giovanissimi affrontano questo mondo digitale senza adeguata preparazione, privi di strumenti critici e di accompagnamento educativo. La prima agenzia formativa, la famiglia, fatica a esercitare il proprio ruolo, mentre la scuola, troppo spesso concentrata sull’aspetto competitivo delle iscrizioni e del consenso, dimentica la propria funzione primaria: formare cittadini consapevoli, promuovere regole di convivenza civile ed educazione alla partecipazione, senza esclusioni ed emarginazioni.

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Una tragedia che interroga tutti: Paolo Mendico

In questo contesto, il caso di Paolo Mendico, giovane vittima di bullismo, risuona come un monito doloroso. La sua vicenda ha riportato all’attenzione pubblica quanto drammatiche possano essere le conseguenze del silenzio e dell’indifferenza. Paolo, come altri ragazzi prima di lui, ha pagato il prezzo più alto, lasciando un vuoto incolmabile nella sua famiglia e nella comunità.

Non si tratta di un episodio isolato, ma dell’espressione estrema di un fenomeno che deve essere affrontato con coraggio e responsabilità. La memoria di Paolo ci impone di non voltare lo sguardo altrove.

La risposta delle istituzioni e della società civile

La problematica richiede una consapevolezza collettiva e un impegno istituzionale concreto. In questa direzione si muovono le iniziative promosse dal Ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, che ha avviato un confronto pubblico sul tema, riconoscendone la gravità e l’urgenza.

Allo stesso tempo, è richiesto a ciascuno di noi un contributo: nelle famiglie, nelle scuole, nei contesti educativi e associativi, occorre aprire un dibattito serio per portare avanti modelli culturali e sociali alternativi all’aggressività, fondati sul rispetto, sull’inclusione e sulla dignità della persona.

Un ruolo importante in questo percorso lo riveste anche la società civile. L’Associazione F.C. Academy APS, promotrice del Premio Cultura Impresa – istituito nel 2005 in memoria dell’On. Francesco Fortugno – quest’anno ha scelto di dare particolare rilevanza alla tematica del bullismo e della violenza. Durante la cerimonia del 6 dicembre 2025, presso il Teatro Garden di Rende, si intende consegnare un riconoscimento alla famiglia di Paolo Mendico, come gesto simbolico di memoria e di impegno.

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Un dovere verso i giovani

Il bullismo non è un gioco né un passaggio fisiologico della crescita: è una violenza che lascia ferite profonde e, nei casi più estremi, conduce alla morte. I giovani sono “spugne”, capaci di assorbire ogni messaggio proveniente dal mondo degli adulti: anche una battuta superficiale o un commento stigmatizzante può trasformarsi in un segnale devastante.

Sta a noi, come genitori, educatori, istituzioni e cittadini, assumere la responsabilità di cambiare rotta. La vicenda di Paolo Mendico non deve restare solo un ricordo doloroso, ma deve tradursi in un impegno concreto per costruire una società in cui nessun ragazzo venga lasciato solo di fronte alla violenza.

premio nazionale alla carriera Gerardina Trovato