Di Paolo Brutto

“ Se niente ci salva dalla morte, che almeno l’amore ci salvi dalla vita ”. Questo verso di Pablo Neruda rappresenta l’incipit ideale non solo di questa rubrica intitolata “tre fiammiferi accesi” dedicata all’amore e a tutte le sue sfumature in campo letterario ma anche della storia d’amore protagonista di questo breve articolo, un amore ‘infernale’ così potente e delicato capace di commuovere e di fare svenire letteralmente il suo sommo cantore Dante Alighieri e, al contempo, di commuovere milioni e milioni di lettori nel corso dei secoli, fonte di perenne ispirazione per scrittori, poeti e artisti di ogni epoca in ogni parte del mondo, estasiati, abbacinati dalla potenza descrittiva dantesca ma, soprattutto, dalla forza prorompente di un amore così forte da riuscire ad illuminare e a rendere vane anche le tenebre stesse dell’inferno.
Le notizie storiche sulla celebre coppia di innamorati sono alquanto scarse: Francesca, figlia di Guido da Polenta, signore di Ravenna, sposò, fra il 1275 e il 1282, Gianciotto Malatesta, signore di Rimini. Innamoratasi del fratello di quest’ultimo, Paolo, sposato a sua volta, fu uccisa insieme al suo amante da Gianciotto, una volta scoperta la tresca. Altri particolari (Francesca fu ingannata sull’identità di colui che avrebbe dovuto sposare, ossia Paolo al posto di Gianciotto) risultano essere elementi fantasiosi aggiunti dai primi commentatori del passo dantesco.
Dante pone le anime dei due innamorati all’interno del V Canto dell’Inferno dedicato ai lussuriosi ma, nonostante la colpa imperdonabile di cui si macchiano i personaggi presenti nel secondo cerchio dell’Inferno – oltre a Paolo e Francesca, infatti, troviamo Semiramide, Cleopatra, Elena, Tristano, Didone, ecc. – il poeta fiorentino viene immediatamente mosso a pietà di fronte alla vista di queste due anime che, simili a colombe spinte dal desiderio di tornare al proprio nido (“ Quali colombe dal disio chiamate con l’ali alzate e ferme al dolce nido vegnon per l’aere dal voler portate” rispondono all’ affettuoso grido di Dante, a chi, come loro, conosce e riconosce la forza intensa e delicata dell’amore. Francesca definisce il sommo poeta “animal grazioso e benigno” ,ossia anima cortese e indulgente e questi termini ci proiettano subito ai temi dell’amore cortese, nato nell’ambiente delle corti grazie ai trovatori provenzali e ripreso successivamente dalla tradizione lirica italiana, permeando dapprima la scuola siciliana e, in seguito, i poeti del “dolce stil novo” e Dante stesso.
Le vicende umane di Paolo e Francesca si collocano, dunque, all’interno di un preciso spazio culturale, quello della civiltà cavalleresco-cortese: il linguaggio, i modelli di comportamento descritti dai due protagonisti riflettono un ambiente raffinato, colto, un ambiente che il sommo poeta conosce benissimo perché ne fa parte egli stesso.
La cortesia, la cultura e la sensibilità non abbandonano i due amanti neanche nella condizione infernale ma, in un certo senso, ne acuiscono la pena in quanto avvertire tali qualità e non poterle esprimere appieno perché condannati alla dannazione eterna rende la loro storia degna di pietà e di vicinanza umana. Ma al centro di tutto, al di là del linguaggio, delle concezioni letterarie del tempo o della visione oltremondana dell’uomo medievale, c’è l’amore, quell’amore che si insinua improvvisamente nei cuori ingentiliti dai sentimenti (“ Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende” ), un amore che non permette a nessuno che sia amato di non amare a sua volta (“ Amor, ch’a nullo amato amar perdona” ), un amore così forte e così
invincibile da non abbandonare i due innamorati neanche all’inferno dove l’amore non ha diritto di esistere e di tenerli legati l’uno all’altra come se, al posto di due anime, ce ne fosse una sola.

Paolo e Francesca, avvinghiati, abbarbicati al loro amore per non cedere alla bufera infernale che imperversa su di loro e sugli altri spiriti presenti nel secondo cerchio, rappresentano, nonostante la colpa per cui vengono tormentati con violenza e senza requie, la forma d’amore più alta che il genere umano può arrivare ad esprimere, un amore che salva e che ci può salvare in ogni momento, soprattutto quando stiamo per essere avvolti dalle spire infernali di una vita senza sentimento e senza scopo. Dante, commosso profondamente dalla storia rievocata da Francesca e dalle calde lacrime di Paolo, perde i sensi e cade a terra come corpo morto cade . In quest’ultima immagine non solo vi è il suggello eterno del genio dantesco ma, soprattutto, vi è racchiusa la meravigliosa immensità dell’animo umano, un animo capace di raggiungere vette vertiginose tali da riuscire a svelare le tracce del divino che c’è in ognuno di noi e sprofondare, al tempo stesso, in abissi senza fine non dissimili (se non peggiori, addirittura) delle scene infernali descritte dal sommo poeta fiorentino. L’amore, in tutto ciò, rappresenta la chiave ideale della nostra salvezza, il nostro ascensore verso il cielo o l’orizzonte verso il quale tendere la nostra idea di eternità. “Ama, ama follemente, ama più che puoi e, se ti dicono che è peccato, ama il tuo peccato e sarai innocente” scriveva Shakespeare in quel capolavoro immortale intitolato Romeo e Giulietta : ecco, a distanza di secoli, mi piace pensare che la pietas di Dante abbia fatto solo da preambolo a quella divina e che Paolo e Francesca siano intenti, adesso, a gustare le gioie del loro amore nel paradiso che hanno anelato per tutta una vita oppure in qualche angolo sperduto del nostro pianeta attuale, finalmente liberi di essere sé stessi, di essere complici, di essere innamorati…Di essere finalmente felici.


