Madre di Re e Regina di sé stessa

di Daniele Castrizio

16 settembre 1714. A Parma, nella cattedrale addobbata a festa, si celebra un matrimonio regale che ha qualcosa di teatrale e surreale: la sposa è presente, lo sposo no. Elisabetta Farnese, figlia del duca di Parma, diventa regina di Spagna senza che il marito, Filippo V, si degni di attraversare i Pirenei. Il matrimonio è per procura, con lo zio Francesco a impersonare il sovrano iberico. Ma quella che nasce come un’unione d’interesse – voluta più dalle cancellerie che dal cuore – si trasforma presto in una delle vicende più sorprendenti della storia europea del Settecento.

Le grandiose feste nuziali furono documentate dal pittore di corte Ilario Spolverini, che realizzò una serie di dipinti, “I Fasti di Elisabetta”, raffiguranti la cerimonia e i festeggiamenti (figura 1), che furono caratterizzati dall’uso di simboli legati alle due famiglie, come i gigli azzurri (Farnese) e l’oro (Borbone) (figura 2).

Elisabetta lascia Parma pochi giorni dopo le nozze, il 22 settembre, diretta verso un destino che nessuno, forse neppure lei, può immaginare. Non è un semplice spostamento nuziale, ma un corteo trionfale (figura 3) in cui la giovane – compirà 22 anni durante il cammino – mostra già la stoffa di chi non accetta di essere manovrata.

A Madrid, del resto, la aspettano con un’idea ben precisa: Maria Anna de la Trémouille, la potente cameriera maggiore di corte, aveva convinto Filippo V che la Farnese sarebbe stata docile e facilmente influenzabile. Ma al primo incontro la realtà si ribalta. Elisabetta, descritta dal principe Antonio Grimaldi come “cuore di Lombardia, animo di fiorentina, sa volere fortemente”, fa ciò che poche donne avrebbero osato: allontana Maria Anna ancor prima di presentarsi al marito.

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Da quel momento, la “regina per procura” diventa la vera sovrana di Spagna. Nella figura 4 la vediamo un tarì d’argento della zecca di Napoli, con al diritto i busti accollati di Filippo ed Elisabetta, raffigurati alla moda greca e romana (il Re ha la corona d’alloro), mentre al rovescio la dea Minerva è mostrata con un infante nelle braccia e sopra le armi e le bandiere sottratte ai nemici. La leggenda annuncia l’ampliamento dell’Impero.

Elisabetta, plasma la Spagna post-asburgica, proiettandola di nuovo sullo scenario europeo dopo il lungo declino del secolo precedente. Filippo V, fragile e devoto, si lascia guidare dalla moglie, innamorato e riconoscente. Nel 1717, quando un contingente francese varca i Pirenei, è lei a guidare la difesa spagnola. E nello stesso anno sfrutta una spedizione navale contro i Turchi per conquistare la Sardegna e poi la Sicilia, secondo un piano suggeritole dal vecchio zio duca di Parma. Una regina stratega, dunque, che pensa come un generale.

Ma Elisabetta non è solo guerriera: è anche politica fine, erede spirituale di Paolo III Farnese, il papa del Rinascimento. La sua ambizione si concentra sulla famiglia, che vuole restituire al rango di un tempo. Quando la Spagna perde le conquiste italiane, è lei a trasformare la sconfitta in opportunità: invia il figlio Carlo in Italia, prima come duca di Parma, poi come conquistatore di Napoli. Da lì nascerà la dinastia borbonica napoletana. Nella figura 5, una piastra d’argento, ammiriamo una veduta del Golfo partenopeo con il Vesuvio, e, in primo piano, la personificazione del fiume di Napoli, il Sebeto, con la leggenda che recita: da alleato a Re.

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Nel 1734, con l’ascesa di Carlo al trono delle Due Sicilie, Elisabetta diventa per breve tempo duchessa di Parma e Piacenza – la prima donna a governare la città. Più tardi, alla morte di Filippo V, nel 1759, sarà reggente di Spagna in attesa che proprio Carlo assuma il trono, sigillando il suo destino di “madre di re”.

La storiografia l’ha dipinta in modi opposti: ambiziosa e autoritaria per alcuni, lungimirante e determinata per altri. Ma dietro ogni giudizio resta il profilo di una donna che seppe trasformare un matrimonio di convenienza in un regno personale, intrecciando potere e sentimento, politica e passione dinastica. Elisabetta Farnese fu, davvero, una sovrana d’azione: moglie e madre di re, ma soprattutto regina di sé stessa.