Di Rossana Lucente
La presenza della cravatta, nei diversi nodi, colori e tessuti, viene documentata non solo nella moda, ma anche nella pittura, segno di una rappresentazione visiva del potere e della raffinatezza, sino ad arrivare al rifiuto di questo accessorio, come caratteristica di una personalità libera dai condizionamenti sociali.
L’origine della cravatta risale al XVII secolo, durante la Guerra dei Trent’anni (1618-1648), quando i soldati croati, alleati dei francesi, indossavano al collo dei fazzoletti, ripresi successivamente dai nobili come segno di stile, distinzione e lealtà militare. Infatti nel “Ritratto di Luigi XIV (1660 – 1670)” del pittore di corte Charles Le Brun, un giovane “Re Sole”, dalla chioma vaporosa e con la corazza da parata, adotta il “cravattino di pizzo” come parte del suo guardaroba regale, realizzato con il rinomato “merletto di Venezia”, tipico del periodo barocco.

Nel dipinto impressionista “l’Assenzio (1875 – 76)” di Edgar Degas, l’uomo seduto in un caffè parigino, accanto ad una meretrice, indossa una moderna cravatta stretta e nera su camicia bianca, funzionale al suo abito scuro e borghese, mentre sul tavolino spicca la bottiglia della “fata verde”, bevanda proibita dal governo per i suoi effetti nocivi sulla salute.

In “Autoritratto con cappello di feltro (1887)” di Vincent Van Gogh, la cravatta chiara e sobria è in netto contrasto con le pennellate azzurre e tormentate sulla tela, dove l’aspetto “presentabile” dell’artista cela il dramma interiore dell’uomo, sparatosi in un campo di grano ad Auvers-sur-Oise.

Nel “Funerale ad Ornans (1879 – 80)” del realista Gustave Courbet, i partecipanti alla celebrazione funebre indossano cravatte dalle varie tipologie, a seconda della classi sociali a cui appartengono: contadini e popolani indossano semplici foulard, mentre i notabili e i funzionari indossano cravatte classiche annodate sul davanti, voluminose con nodo a farfalla, “lavallière”, ovvero morbide e annodate a fiocco, e i borghesi indossano i “plastron”, ossia fermate da una spilla, e infine “ascot” eleganti da giorno.

Negli “Amanti (1928)” di Renè Magritte, la cravatta nera o rossa rappresenta un elemento identitario maschile ma i veli che nascondono i volti annullano le identità ed ostacolano il sospirato bacio. Veli ricorrenti nelle opere del pittore surrealista, legati al ricordo doloroso di una madre annegata nel fiume, e ritrovata con la camicia da notte scomposta fino ad occultarne il viso.

Nel “Ritratto di Paul Guillaume (1916)” di Amedeo Modigliani, la cravatta nera e sottile è simbolo della cultura cosmopolita del mercante d’arte, amico del pittore della “scuola di Parigi”, il quale dipinge i soggetti senza pupille per l’impossibilità di catturarne l’anima, specchio di un suo stesso tormento interiore che lo porterà a condurre una vita autodistruttiva, contribuendo alla fama del “pittore maledetto”.

Nel “Ritratto del conte Robert de Montesquioi (1916)” di Giovanni Boldini, la “plastron” larga e annodata sottolinea l’immagine di dandy e di esteta raffinato che, lo stesso poeta simbolista, voleva incarnare nei favolosi anni della “Belle Epoque”. La cravatta, dal foulard al papillon, dalla seta al poliestere, dai colori neutri a quelli più estrosi, dalle righe ai pois, sfoggiata da uomini e donne, nel tempo ha assunto diverse valenze simboliche, sino ad essere abbandonata, come risposta d’indipendenza ad una società conformista, ed essere altresì indossata, come gesto di ribellione, verso i confini di genere.

