di Daniele Castrizio
Nella storia d’Europa ci sono figure che, pur lontane nel tempo, continuano a proiettare ombre lunghe e affascinanti. Pipino “il Breve” e Berta “del Gran piè” appartengono a questa categoria: protagonisti di una stagione di passaggio, in cui il potere cambiò volto e la leggenda si intrecciò alla politica. Il soprannome “il Breve” ha alimentato curiosità e interpretazioni. Forse alludeva alla sua bassa statura, soprattutto se confrontata con i “giganti” della sua epoca; forse indicava il suo modo deciso e sbrigativo di risolvere le questioni. Ma è probabile che l’origine sia più semplice e linguistica: “Pipino” poteva significare “piccolo”, un nome nato come vezzeggiativo, utile anche a distinguerlo da Pipino il Vecchio e, soprattutto, dal figlio che la storia avrebbe chiamato “il Grande”.
Figlio di Carlo Martello, l’eroe di Poitiers, Pipino nacque in un’epoca in cui i re merovingi regnavano più di nome che di fatto. Il vero potere era nelle mani dei maggiordomi di palazzo, e Pipino seppe incarnare meglio di chiunque altro questa funzione. Alla morte del padre, nel 741, il regno dei Franchi venne diviso: a lui toccarono Neustria e Burgundia, mentre il fratello Carlomanno governò l’Austrasia. Ma la svolta giunse nel 747, quando Carlomanno rinunciò al potere, si fece monaco e si ritirò a Montecassino. Pipino rimase solo al comando: maggiordomo di tutti i regni franchi, già re nei fatti.
Pipino il Breve fu proclamato re dei Franchi nel 751 mediante l’incoronazione officiata dal vescovo san Bonifacio; tuttavia, una consacrazione di maggiore solennità, accompagnata dall’unzione papale, ebbe luogo nel 754 a Saint-Denis per mano di papa Stefano II.

Tale cerimonia sancì sul piano religioso e politico la deposizione dell’ultimo sovrano merovingio, Childerico III, e segnò l’avvio della dinastia carolingia. Accanto a Pipino c’era la moglie Berta. Con quell’atto nasceva la dinastia carolingia e si sanciva un’alleanza destinata a segnare l’Europa: quella tra i Franchi e il papato, con Pipino protettore della Chiesa di Roma. Pipino è noto come l’unificatore del Regno dei Franchi anche dal punto di vista monetale Berta, o Bertrada, non fu una semplice regina consorte.

Sposata a Pipino intorno al 740 – anche se le fonti oscillano tra il 742 e il 744 – gli diede il primogenito Carlo, il futuro Carlo Magno, e fu per il marito consigliera ascoltata e compagna anche nelle campagne militari. I due riposano ancora oggi nella stessa tomba nella Basilica di Saint-Denis

A lei la tradizione popolare ha legato l’espressione “ai tempi che Berta filava”, evocazione di un’età lontana e quasi mitica. Nel XIII secolo il trovatore Adenet le Roi le dedicò il poema Li Roumans de Berte aus grans piés, che fissò per sempre il suo soprannome: Berta dal gran piede. Secondo il racconto, durante il viaggio verso le nozze la principessa sarebbe stata vittima di uno scambio di persona, sostituita dalla figlia di una dama di compagnia.

Costretta alla fuga, Berta avrebbe vissuto per anni presso un umile tagliaboschi, mantenendosi come filatrice. Solo grazie al dettaglio del suo piede più lungo dell’altro – segno inconfondibile della sua identità – l’inganno sarebbe stato smascherato e la regina avrebbe riottenuto il trono.
Nella storia della famiglia occorre ricordare un altro Pipino, detto “il Gobbo“.

Nato dall’unione tra Carlo Magno, allora re dei Franchi e futuro imperatore, e Imiltrude, giovane aristocratica franco-alsaziana di rango non elevato, Pipino occupa una posizione ambigua e tragica nella storia carolingia. Secondo Eginardo, biografo e consigliere di Carlo Magno, il legame tra Carlo e Imiltrude fu un Friedelehe, una forma di matrimonio tipica dei Franchi ma non indissolubile: per questo motivo Pipino e la sorella Amaltrude non furono mai riconosciuti come figli legittimi e Imiltrude venne ripudiata nel 770. Eginardo descrive Pipino come bello di volto ma segnato da una grave deformità fisica, una gobba che ne accentuò l’emarginazione. Tra il 791 e il 792, mentre Carlo era impegnato nella guerra contro gli Avari, alcuni nobili franchi organizzarono una congiura per eliminare il re e i suoi figli legittimi. Scoperto il complotto, un’assemblea a Ratisbona stabilì che Pipino aveva acconsentito a subentrare al padre in caso di successo. Condannato alla vita monastica, fu tonsurato e rinchiuso nell’abbazia di Prüm, dove scomparve dal palcoscenico politico, simbolo oscuro delle tensioni dinastiche dell’età carolingia.


