Il marito di Xantippe

di Daniele Castrizio

Socrate è una delle figure più importanti della seconda metà del V secolo a.C., il cuore pulsante di quella che chiamiamo, non a caso, l’età classica per eccellenza. Ateniese fino al midollo, figlio di uno scultore e di una levatrice, trasformò il dialogo in uno strumento filosofico e la piazza in una scuola, inaugurando un modo di fare filosofia che non si chiudeva nei libri – che infatti non scrisse – ma si misurava direttamente con la vita della polis.

Proprio il suo insegnamento, e il ruolo inevitabilmente “politico” della sua cerchia, gli procurarono incomprensioni profonde. Dalla sua scuola erano usciti anche alcuni dei futuri Trenta tiranni, il regime oligarchico imposto ad Atene dopo la sconfitta nella guerra del Peloponneso. Questo bastò a renderlo sospetto.

Le accuse di empietà e di corruzione dei giovani lo condussero a una condanna a morte che egli accettò con una serenità ironica rimasta proverbiale.

A proposito di ironia: le sue ultime parole furono «Dobbiamo un gallo ad Asclepio». Una battuta solo in apparenza enigmatica. La cicuta, cioè il pharmakon che aveva bevuto – parola ambigua, che può significare tanto medicina quanto veleno – aveva funzionato; dunque, bisognava ringraziare il dio della medicina con il sacrificio rituale di un gallo. Anche davanti alla morte, Socrate non rinunciava a essere se stesso.Come era stato per Pitagora, e come sarà poi per il suo discepolo Aristoklès, che noi chiamiamo Platone dal soprannome “spalle larghe”, le scuole filosofiche non erano fini a se stesse. Servivano a preparare alla vita politica, a formare cittadini consapevoli, capaci di agire responsabilmente nella comunità.

Leggi anche  Storia dei quattro elementi

In questo senso va intesa anche la sua frase più celebre, spesso fraintesa: «Conosci te stesso». Non un invito all’introspezione psicologica o a un raffinato intellettualismo, ma qualcosa di molto più concreto: ricordati che sei mortale e agisci di conseguenza.

Tra le tante mistificazioni che circondano Socrate, c’è anche quella del suo matrimonio con Xantippe, passata alla storia come la donna insopportabile per eccellenza. In realtà, il presunto carattere bisbetico e polemico della moglie deriva soprattutto da fonti più tarde, che hanno cristallizzato uno stereotipo. Nelle testimonianze più vicine ai fatti, quelle di testimoni oculari come Platone e Senofonte, la donna appare invece come una moglie devota e una madre amorevole, che godeva dell’affetto e dell’assoluto rispetto del marito.

Nel Simposio di Senofonte, Socrate afferma che Xantippe è «la donna con cui fra tutte è più difficile andare d’accordo», ma subito aggiunge che proprio questo carattere lo ha attratto più della sua bellezza. L’episodio più famoso racconta che, al termine di una lite, Xantippe gli rovesciò in testa una brocca d’acqua – o, secondo una versione più colorita, il contenuto di un vaso da notte. Socrate, impassibile, commentò: «Non è forse vero che al tuono segue la pioggia?».

Xantippe, in ogni caso, doveva appartenere a una famiglia aristocratica, come suggerisce l’elemento hippos nel suo nome, tipico delle élite ateniesi. Più giovane di almeno 25 anni, diede a Socrate tre figli e dovette, inoltre, sopportare l’affettuosa amicizia tra il marito e Alcibiade – una volta, per stizza, sembra che abbia gettato a terra un dolce regalato dal giovane – e la presenza in casa della vedova Myrtò, accolta perché indigente e forse legata a Socrate da una relazione.Comunque siano andate le cose, se Atene non ha mai saputo fare ammenda in epoca antica per aver ucciso il suo figlio più nobile, come anche Firenze con l’esule Dante, l’importanza di Socrate resta universale. Lo dimostrano, ancora oggi, le emissioni commemorative di tutto il mondo che ne celebrano il volto e il pensiero, qui rappresentate da una moneta di Vanuatu in Oceania e da un’altra cinese.

Leggi anche  La sposa di Tutankhamon