di Johnny Fusca
Con l’avvento della IA, la “famigerata” Intelligenza Artificiale, un po’ in tutti i settori sta avvenendo un rapido cambiamento che, per forza di cose, sta portando e porterà sempre più ad uno sconvolgimento della quotidianità così per come la conosciamo e la affrontiamo ai giorni nostri.
La fotografia non fa eccezione, considerato che l’evoluzione esponenziale dell’IA sta ridefinendo il panorama di ogni industria creativa. Per il fotografo, sia egli amatore o professionista, questa tecnologia può raffigurare tanti volti: non è sempre e solo un affidabile “assistente” con molta fantasia, ma in alcuni casi – nella mani dei più esperti competitor – diventa un “avversario” con il quale diventa difficile confrontarsi, poiché chiaramente la sfida avviene su livelli diversi e con“armi” differenti. Si pensi al fotografo professionista, per fare un esempio, legato ad un mercato nel quale si compete a suon di immagini create e scattate bene: questa figura, in sostanza, è ormai obsoleta, commercialmente parlando, poiché già da un decennio almeno ha preso il sopravvento la post produzione e l’utilizzo di programmi come Lightroom e soprattutto Photoshop, superando di fatto il concetto di fotografia “nuda e cruda” legato ai tempi della camera oscura, ecc. Ad oggi, con la post produzione migliorata e a volte superata dall’integrazione dell’AI, si rischia di restare un po’fuori dal mondo se non ci si aggiorna. Come dire che, ai tempi degli aerei che collegano il mondo,si decide di andare da Palermo a Venezia a cavallo: molto pittoresco e romantico, ma altrettanto anacronistico.
Insomma, l’AI offre lati positivi, ma fa luce anche su visioni negative e preoccupanti: da un lato l’ottimizzazione e l’espansione della creatività aprono la strada a nuovi scenari interessanti;dall’altro ci sono universi paralleli inesplorati in cui l’etica, la morale e la reale professionalità dei soggetti che se ne avvalgono risulta alquanto traballante.Osservando i vantaggi, c’è da dire che la rivoluzione IA sta liberando il fotografo dai compiti più ripetitivi e permettendo una concentrazione maggiore sulla visione artistica. Alcuni programmi offrono strumenti come l’eliminazione di oggetti (ed anche soggetti) indesiderati nella foto stessa,così come chiavi di lettura del lavoro svolto selezionando in automatico le foto migliori. Arma,quest’ultima, che personalmente giudico a doppio taglio, poiché la visione virtuale non sarà mai migliore rispetto a quella dell’occhio umano nel saper scegliere la foto tecnicamente giusta e che emoziona di più.Tuttavia questo percorso può ridurre le ore spese in editing di base. Si pensi al recupero e al miglioramento della qualità di una foto, oggi possibile attraverso la riduzione del “rumore”; alla ridefinizione di scatti originariamente a bassa risoluzione e al recupero di informazioni su scatti ad esempio sfocati o mossi. Allargare una foto, ricreandone la scena, ad esempio, è un’altra delle tante implementazioni introdotte.
AI che, peraltro, offre anche assistenza già nella fase scatto, conl’autofocus delle camere digitali moderne ormai integrate con il riconoscimento del soggetto (occhi,volto, animali) estremamente preciso e veloce, garantendo che i momenti cruciali siano sempre afuoco.Di contro, non sono poche le ombre sull’avvento di questa nuova frontiera: dall’integrità del mestiere di fotografo, seriamente compromessa, alla natura stessa dell’immagine, che rischia di non avere – in alcuni casi – più niente a che fare con l’originale. Tutto ciò non svaluta solo il professionista, ma crea un serio divario anche tra i fotografi amatori, visto che i più “evoluti”, anche se meno competenti di altri colleghi hobbysti, spiccheranno solo perché magari saranno più integratinell’era moderna.

In altre parole, oggigiorno ci si evolve al ruolo di fotografo perché si è bravi ad utilizzare l’AI. Pazienza se poi non si sanno le differenze tra diaframma e Iso oppure non si conosce la regola dei terzi e si ignorano gli schemi di luce!Tornando ai professionisti, la capacità degli algoritmi di generare immagini fotorealistiche da zero minaccia di declassare il valore della tecnica fotografica di base. Un cliente, per capirci, potrebbe preferire soluzioni IA veloci ed economiche anziché ingaggiare un fotografo che, da zero e solo con la sua creatività, vada a creare una campagna pubblicitaria.
Resta, a livello etico e deontologico, una questione di base: a chi attribuire il copyright di un’immagine? Se l’ha scattata il fotografo, ma l’IA l’ha modificata sensibilmente al punto da cambiarne i connotati… la foto è del fotografo o di un’entità virtuale non meglio precisata? Si pensi a scenari, ormai quotidiani, in cui vengono cambiati connotati ad esseri umani e cose simili. Fenomeno, quest’ultimo, che sta destabilizzandosempre più pericolosamente il confine tra realtà e fantasia, sfociando anche in ambiti che vivono di immagini come il giornalismo (si pensi alle “fake news” rafforzate proprio con immagini, e a volte video, che nascono con l’AI).Nel settore fotografico si rischia di “scadere” in un baratro – peraltro già parzialmente in atto – in cui la standardizzazione del prodotto è dietro l’angolo: l’utilizzo di filtri e preset prima (con una post produzione sempre più evoluta) e dell’IA dopo (attraverso modifiche generative a volte davvero invasive) rischiano di appiattire il settore verso il basso.
Con la tecnica di base ormai lasciata a morire sui libri, o nei tutorial di Youtube – volendo essere più al passo con i tempi –l’effetto dòmino molto rischioso, ormai però già in atto, sarà quello di avere una futura classe di fotografi sempre più paragonabili ad un “sistema ibrido” in cui l’intuizione umana dà solo il tocco iniziale. E poi, in barba alla creatività della nostra mente – che, ricordiamolo, supererà sempre quella virtuale – ci pensa l’amico algoritmo.


