Il parasole cerimoniale nell’arte

di Rossana Lucente

L’uso del “parasol” cerimoniale risale all’antico Egitto e durante la V Dinastia (2450 a.C.) era visibile nei rilievi delle tombe di Neferu, come segno di prestigio e status elevato, utilizzato dalle donne durante la celebrazione del culto di Hathor, la dea dalle corna bovine, legata alla bellezza e all”amore.

Nell’Europa del 600′ appare nel dipinto di “Elena Grimaldi Cattaneo (1623-24)” di Antoon Van Dyck, dove la nobildonna è accompagnata da un servitore nero che sorregge l’ombrello, atto a preservare il candore dell’aristocratico volto femminile, in contrasto con i visi abbronzati delle popolane.

Nel XVIII secolo il “wagasa” orientale è presente nelle stampe giapponesi, come nel meraviglioso ritratto della “Geisha che cammina nella neve di notte, (1797)” di Kitagawa Utamaro, elegante nel suo tipico kimono e nella sua elaborata acconciatura, decorata con pettini e bacchette lignee.

Nel XIX secolo, l’ombrellino “modaiolo”, diventerà un vero e proprio segno distintivo per le donne di alto rango, come dimostrano le opere impressioniste, la “Donna col parasole girata verso sinistra (1886)” di Edouard Monet, la quale viene identificata con Suzanne la figlia di Alice, moglie del pittore, e “Gli ombrelli (1881-86)” di Pierre-Auguste Renoir, dove un gruppo di persone è in possesso degli strumenti utili a ripararsi dalla pioggia improvvisa, tranne una sartina o modista sprovvista di qualsiasi copertura.

Così come dimostra anche la famosa opera puntinista “Una domenica pomeriggio all’isola della Grande Jatte (1884-86)” di George Seurat, dove le famiglie borghesi, tra cui le donne con gli ombrellini, trascorrono il tempo libero, tra vele che attraversano il fiume Senna, pescatori per passione e suonatori di trombe. Nella realtà quotidiana il parasole, realizzato originariamente in foglie di palma, piume, seta, cotone e taffetà, nasce come oggetto rituale nei contesti religiosi delle antiche civiltà, associato a sacerdoti e papi, e come strumento di potere per la protezione di faraoni, re e dogi. Successivamente diventerà un accessorio femminile nelle culture urbane europee ed extraeuropee, diventando lo specchio culturale ed estetico di un’epoca suddivisa in gruppi di élite, classi sociali e gerarchie.

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