Noi due ragazzi che stretti ci avvinghiamo di Walt Whitman: un inno eterno alla libertà e al coraggio dell’amore

di Paolo Brutto

“O Capitano! Mio Capitano!”. Sfido chiunque a non riconoscere l’incipit di questa poesia famosissima di Walt Whitman, resa ancora più celebre dal personaggio di John Keating nel film ‘L’attimo fuggente’ di Peter Weir (1989). Questi versi ma, soprattutto, la straordinaria passione interpretativa esercitata da Robin Williams all’interno del film mi fecero scoprire quello scrigno pieno zeppo di tesori lirici intitolato Foglie d’erba (Leaves of Grass), alla cui stesura Whitman si dedicò a più riprese per tutta la vita, a partire dal 1855 – anno della prima edizione stampata a spese dello stesso Whitman – fino ad arrivare al 1892, anno della morte del grande poeta statunitense. Tra questi tesori letteralmente divorati in età adolescenziale mi colpì soprattutto una poesia, intitolata “Noi due ragazzi che stretti ci avvinghiamo” che, oltre ad affrontare in maniera coraggiosa e assolutamente rivoluzionaria il tema dell’amore omoerotico in un’epoca e in un contesto assolutamente pregno di valori bigotti e ipocritamente puritani, celebra l’ideale della libertà assoluta di ogni essere umano, libero da vincoli e da regole precostituite imposte dall’esterno.

Noi due ragazzi che stretti ci avvinghiamo,mai che l’uno lasci l’altro,sempre su e giù lungo le strade, compiendo escursioni a Nord e a Sud godiamo della nostra forza, gomiti in fuori, pugni serrati,armati e senza paura, mangiamo, beviamo, dormiamo, amiamo,non riconoscendo altra legge all’infuori di noi,marinai, soldati, ladri, pronti alle minacce,impauriamo avari, servi e preti, respirando aria,bevendo acqua, danzando sui prati o sulle spiagge, depredando città, disprezzando ogni agio, ci beffiamo delle leggi,cacciando ogni debolezza, compiendo le nostre scorrerie.

Questo componimento di Walt Whitman è tratto dalla raccolta Calamus, una sezione contenuta all’interno della sua opera più celebre, dove il grande poeta statunitense esplora con straordinaria sensibilità i temi dell’amore cameratesco e i legami affettivi tra gli uomini, temi certamente ‘scabrosi’ vista l’epoca storica e il contesto in cui viveva Whitman. Quest’ultimo, con il suo stile libero e travolgente, rompe non solo le convenzioni legate alla tradizionale metrica classica – verso lungo, ritmo cadenzato, assenza di una struttura rigida e codificata – ma vuole scardinare anche i contenuti (e i costumi) della poesia tradizionale, offrendo così una concezione dell’amore assolutamente libera e autentica, che celebra la bellezza del contatto umano senza filtri o repressioni di qualsiasi genere. In questa lirica Whitman recupera, dal punto di vista letterario, la figura del vagabondo avventuroso ma il risultato che ne esce fuori è completamente diverso dai canoni della letteratura ottocentesca e dalle convenzioni sociali dell’epoca: in questo componimento, infatti, vi è la celebrazione suprema del linguaggio corporeo, reso magistralmente da Whitman attraverso l’utilizzo di immagini potenti ed evocative, dell’amicizia e della vita vissuta senza costrizioni. Già il verbo avvinghiamo che troviamo all’inizio della poesia evoca l’immagine meravigliosa dell’abbraccio forte ed inestricabile, simbolo di un legame così intenso e profondo che trascende qualsiasi tipo di separazione. I due ragazzi protagonisti della poesia non sono due semplici compagni di viaggio descritti da Whitman attraverso le loro peripezie: rappresentano, per il poeta statunitense, l’ideale stesso della libertà assoluta, di una vita vissuta senza vincoli o costrizioni di sorta, dove non si scende a patti con i benpensanti e con il loro perbenismo ipocrita e asfissiante ma si vuole vivere semplicemente insieme, uniti dalla forza di un legame capace di attraversare il mondo e di metterlo a soqquadro, non riconoscendo altra legge all’infuori di noi. Questo amore, fisico, viscerale, fraterno, che si nutre di azione, di ribellione, di contatto con la natura, rifiuta perentoriamente la staticità e le costrizioni sociali imposte dagli avari, dai servi e dai preti in maniera tale da trasformarsi in un vero e proprio atto sovversivo, in cui i due ragazzi – almeno platonicamente – depredano città, disprezzano ogni tipo di agiatezza facendosi beffe delle leggi e del sistema generato da esse con le loro scorrerie.Whitman, attraverso questa lirica, non vuole solo descrivere due giovani uomini che si amano liberamente e senza compromessi ma vuole affermare, con forza e sublime umanità, un’idea di libertà che va oltre il tempo e le convenzioni sociali, un inno alla vita che, attraverso la forza rigeneratrice dell’amore, accende di colori e di luce il nostro cuore e, con esso, il nostro presente.

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Il capolavoro immortale di Walt Whitman nella collana i Meridiani, casa editrice Mondadori (2017).