di Paolo Brutto
T’amo senza sapere come, né quando, né da dove: la forza prorompente dell’amore e il senso profondo del suo mistero contenuti nel Sonetto XVII
di Pablo Neruda
Può sembrare curioso ma debbo la scoperta di questi versi meravigliosi non ad un’antologia scolastica o ad un libro prestatomi da un’amica ma al film ‘Patch Adams’ del 1998, interpretato da un istrionico e magistrale Robin Williams. Il protagonista del film, incentrato sulla vera storia di Hunter Doherty ‘Patch’ Adams, l’uomo che rivoluzionò la medicina mondiale ponendo il buonumore e l’umanità al centro della cura, dedica questa poesia alla
propria amata Carin Fisher, uccisa da uno dei pazienti che si erano rivolti alla clinica di Patch in cerca di aiuto e sostegno. La lettura di questa poesia e il pianto inconsolabile di Robin Williams di fronte alla tomba del suo amore perduto rappresentano uno dei momenti più significativi ed emozionanti del film ed è proprio grazie a questa pellicola che approfondii ancora di più la conoscenza di Pablo Neruda, di colui che venne definito da Gabriel Garcia Marquez come “il più grande poeta del XX secolo, in qualsiasi lingua”, insignito nel 1971 del premio Nobel per la letteratura.
Il celebre Sonetto 17, una delle dichiarazioni d’amore più belle che siano mai state scritte, fa parte della raccolta poetica intitolata Cento sonetti d’amore, pubblicata nel 1959 e dedicata a Matilde Urrutia, terza moglie del poeta cileno dal1966 fi no alla sua morte avvenuta nel 1973. In questo sonetto il grande poeta cileno esplora l’amore in modo profondo e coinvolgente, utilizzando metafore particolari ed immagini evocative per esprimere la meravigliosa bellezza e complessità del sentimento amoroso.

Non t’amo come se fossi rosa di sale, topazio
o freccia di garofani che propagano il fuoco:
t’amo come si amano certe cose oscure,
segretamente, entro l’ombra e l’anima.
T’amo come la pianta che non fiorisce e reca
dentro di sé, nascosta, la luce di quei fiori;
grazie al tuo amore vive oscuro nel mio corpo
il concentrato aroma che ascese alla terra.
T’amo senza sapere come, né quando né da dove,
t’amo direttamente senza problemi né orgoglio:
così ti amo perché non so amare altrimenti
che così, in questo modo in cui non sono e non sei,
così vicino che la tua mano sul mio petto è mia,
così vicino che si chiudono i tuoi occhi col mio sonno.
Neruda, nei primi versi di questa lirica, descrive il suo amore per Matilde, un sentimento che non è superficiale o appariscente ma profondo e nascosto, situato per l’appunto tra l’ombra e l’anima.
Infatti il poeta cileno paragona addirittura il suo amore ad una pianta che non fiorisce ma che contiene, al proprio interno, la promessa dei fiori futuri. Questa immagine risulta particolarmente suggestiva perché descrive un amore che nutre e arricchisce l’anima, un amore che sfugge la facile appariscenza o le lusinghe delle promesse altisonanti che certi amori portano con sé avvizzendo le radici profonde di questo sentimento piuttosto che rafforzarlo. Ma sono i versi finali di questo sonetto a rappresentare il vero capolavoro della poetica di Neruda, una celebrazione dell’amore come fusione assoluta delle identità dei due innamorati: un amore senza tempo e senza origine, una connessione così profonda da far intrecciare le loro anime fino a fonderle in un’unica essenza, una commistione fisica e spirituale tale da non riuscire a distinguere confini e orizzonti personali ma così potente da
ridare senso al concetto stesso di eternità.
“L’amore, mentre la vita ci incalza, è semplicemente un’onda alta sopra le onde” affermava Neruda in un altro celebre sonetto:
nell’incessante tumulto delle nostre vite, nelle continue responsabilità da affrontare, nelle sfide e nelle incertezze che non ci concedono tregua, abbiamo un disperato bisogno di trovare motivi e radici su cui fondare la base della nostra esistenza. E, al di là delle nostre esperienze e convinzioni personali che modellano il nostro vissuto quotidianamente, siamo tutti d’accordo che l’amore, nonostante le nostre imperfezioni, i nostri dubbi e, soprattutto, le nostre miserie, rappresenti il nostro unico faro di speranza quando il buio sembra non darci scampo alcuno.
“Se niente ci salva dalla morte, che almeno l’amore ci salvi dalla vita”:
il finale perfetto per le nostre vite affannate nella perenne ricerca dell’amore, della speranza e della salvezza. Perciò proviamo a convertire i nostri cuori e a cambiare gli orizzonti su cui si posano i nostri occhi…Ne va delle nostre anime.

