di Marco Signorile
Il cinema e i cineasti devono a Orson Welles un debito che non si estingue: l’eterna gratitudine verso chi ha riscritto le regole della settima arte.
La Cinémathèque française di Parigi gli rende ora omaggio con una grande mostra retrospettiva dal titolo “My name is Orson”, aperta dall’8 ottobre 2025 all’11 gennaio 2026. Un viaggio immersivo nel talento assoluto di un artista che attraversò tutti i linguaggi — cinema, teatro, radio e televisione — lasciando un’impronta che ancora oggi plasma l’immaginario visivo e narrativo del Novecento.
A soli venticinque anni, Welles firmava Citizen Kane, film-manifesto del potere e delle sue ombre, un’opera che mutò per sempre il linguaggio cinematografico.
Visitare la mostra alla Cinémathèque significa non solo vedere, ma attraversare.
L’edificio di Frank Gehry — linee curve, vetro, luce — accoglie Welles come un palcoscenico fatto d’aria e memoria. All’ingresso, un corridoio di immagini in movimento introduce il visitatore dentro l’eco di Citizen Kane: Parigi diventa così il contrappunto perfetto al mito americano, una città che fa del cinema un atto di culto.
Nella sala dedicata ai bozzetti e agli script originali, la grafia di Welles parla più di mille documentari: margini pieni di intuizioni, fogli che sembrano ancora caldi di visione.
Poi lo spazio immersivo della palla di neve, una stanza sospesa dove la sequenza più iconica del cinema si frantuma in volute di luce. Non si guarda Welles: ci si cade dentro.
Accanto, la sezione su La signora di Shanghai è un piccolo teatro degli specchi. Rita Hayworth domina le pareti, mentre Welles sembra osservarla come un regista in platea, a metà tra affetto e ferocia creativa.
Infine, la sala dedicata al suo Otello e alle trasposizioni shakespeariane: costumi, fotografie, e la voce in cuffia che vibra come architettura sonora. Qui Parigi si fa tempio, custodendo un amore incrollabile per il teatro filmato.
Accanto alle installazioni, gli oggetti personali, gli script, le fotografie. My name is Orson non è un’esposizione di cimeli: è un racconto emotivo e tecnico insieme, che mostra come Welles abbia saputo reinventarsi dopo il trionfo di Kane, trasformando i limiti produttivi in stile, le difficoltà in linguaggio.
Il suo Otello, le sue passioni shakespeariane, il suo legame con la radio e con la parola scenica — tutto in lui era teatro. Ed è questo il segreto che ogni attore conosce: saper recitare anche dietro la macchina da presa.
Quarant’anni dopo la sua morte, la Cinémathèque non celebra solo un regista, ma una mente totale, capace di fondere la voce, l’immagine e la presenza scenica in un unico gesto creativo.
“My name is Orson” — e il cinema, da allora, non fu più lo stesso.

Nella sala dedicata alla radio, il percorso espositivo svela il primo grande laboratorio narrativo di Orson Welles: la voce come regia, l’etere come palcoscenico.
Tra apparecchi originali, luci soffuse e memorie in bianco e nero, la voce di Orson Welles torna a vibrare nella sezione dedicata alle sue trasmissioni radiofoniche. “The War of the Worlds” non è solo un capolavoro della radio: è un’eco senza tempo che continua a modellare il nostro immaginario narrativo.

