di Rossana Lucente
Il velo femminile ha una storia millenaria che attraversa culture, religioni e continenti, assumendo significati diversi a seconda del contesto storico, religioso e sociale. Nel graffito “Incubo (2001)” dell’afghana Shamsia Hassani, una giovane donna, con gli occhi chiusi e senza bocca, indossa il “burqa” azzurro integrale, simbolo di oppressione e di cancellazione della identità femminile, mentre stringe tra le braccia una tastiera, dove la musica diventa uno strumento silenzioso contro i talebani armati, i quali si stagliano come ombre minacciose alle sue spalle. Il velo islamico, dal hijab al niqab, dal chador al burqa, può esprimere pudore e identità religiosa, ma ambiguamente può essere considerato uno strumento di controllo sociale, a seconda del contesto, accendendo nelle società laiche occidentali dibattiti sulla libertà, integrazione e diritti delle donne.

Nel dipinto neoclassico “La Grande Odalisca (1814)” di Jean Auguste Dominique Ingres, l’affascinante corpo nudo della schiava porta un elegante “turbante” orientale, adagiato tra tessuti e oggetti lussuosi: bracciale, ventaglio e narghilé, in una visione favolistica e sensuale, secondo la visione dell’artista, delle mogli e delle concubine dell’harem sultanico.

Nel ritratto “La ragazza con l’orecchino di perla (1665)” di Johannes Vermeer, l’eterea fanciulla porta un “copricapo” turco, il quale aggiunge un tocco esotico alla sua pelle diafana e ai suoi colori nordici, soggetto identificato come la domestica a cui vengono fatti indossare i preziosi di famiglia, e con cui sarà omaggiata dopo la morte della moglie del pittore.

Nel dipinto rinascimentale “La velata (1516)” di Raffaello Sanzio, il soggetto riccamente vestito e ingioiellato, identificato con l’amante del pittore Margherita Luti, reca una mano poggiata teatralmente sul petto, atta a suggerire una profonda devozione religiosa, e un ampio velo che le ricade sulle spalle, accessorio delle donne coniugate rispettose del ruolo familiare, già presente nella civiltà mesopotamica, in quella greco-romana e in quella ebraico-ortodossa.

Nell’opera “l’Annunziata (1476) di Antonello da Messina, la giovane Maria stringe il velo al petto, gesto di autoprotezione verso il turbamento provocatele dall’annuncio dell’arcangelo Gabriele. La modella ritratta, identificata con la futura Santa Eustochia, ha il capo coperto da un velo, segno di modestia e di decoro, già utilizzato sia nell’ebraismo che nel cristianesimo antico.

Nel “Ritratto di giovane donna (1460)” del fiammingo Rogier van der Weyden, una dama in abito scuro e cintura rossa preziosa, porta un velo semitrasparente fermato da spilli, sopra la complessa acconciatura dalla rasatura alta, tipica della moda del XV secolo, il quale dona alla donna un aspetto austero e vagamente monacale, segno di una condotta virtuosa, rafforzato dal suo sguardo basso e dalle mani intrecciate sul grembo, decorate con semplici anelli.

Nell’affresco egizio “Tuthankamon davanti ad Osiride (1323 a.C.)”, il faraone famoso per aver lanciato una “maledizione” sui profanatori della sua tomba, indossa il “nemes” un copricapo a strisce di lino, sormontato da cobra e avvoltoio, elementi evocativi di sovranità e potere sacrale, giunto dinanzi al Dio dei morti e della Rinascita.

Mentre, già nella civiltà del Nilo, si portava il velo nero nelle cerimonie funebri, segno di sottomissione agli dei ed espressione di riservatezza emotiva. Gli artisti nel corso del tempo, hanno impiegato l’immagine del velo, non come un semplice indumento, ma come conduttore di valori morali, spirituali e sociali. In occidente è sopravvissuto tra le comunità monastiche cristiane e nelle udienze papali ufficiali con capi di stato e sovrani, dove le donne cattoliche indossano la “mantilla” nera e occasionalmente bianca. Mentre in medio oriente, quando non è percepito come imposizione politica di regime, può diventare simbolo di resistenza per riaffermare la propria identità e autonomia culturale, dopo l’indipendenza dagli imperi coloniali, e il conseguente rifiuto della omologazione globale.

