L’abito da sposa nelle arti visive

di Rossana Lucente

Nelle arti visive, seguendo un percorso cronologico, possiamo osservare come l’abito da sposa si trasformi da segno rituale a simbolo sociale, fino a diventare espressione identitaria e psicologica. Nell’affresco romano “Le nozze Aldobrandini (20 a.C. – 10 d.C.)”, dal nome del collezionista, la sposa seduta su letto nuziale, identificata come la ninfa Teti (moglie del mortale Peleo) o come la principessa Roxane (moglie di Alessandro Magno), indossa una tunica lunga e chiara, da cui traspare un abito lilla e delle scarpe gialle, accompagnata dal velo sul capo, simbolo di purezza e solennità.

Alla preparazione dei riti propiziatori, presenziano diversi personaggi, tra cui le divinità Imene e Venere, familiari e servitori. Nel dipinto medievale “Lo Sposalizio della Vergine (1305)” di Giotto, tema caro anche al Perugino e a Raffaello, Maria indossa una semplice veste, un manto e una coroncina sulle trecce, in tonalità giallo-ocra, colore legato ad una dimensione prettamente regale e spirituale, e delle scarpette rosse, segno dell’amore e del sangue di Gesù. Mentre Giuseppe reca in mano il giglio fiorito, un altro pretendente spezza la verga, gesto che sancisce il rifiuto della giovane, la quale con una mano accoglie l’anello, e, con l’altra, protegge il sacro grembo.

Nell’opera rinascimentale “Amor sacro e Amor profano (1514)” di Tiziano Vecellio, la donna identificata con Laura Bagarotto, patrizia veneziana, ostenta un elegante abito bianco, simbolo di castità, camicia aranciata, cintura, guanti e coroncina sui capelli biondi, espressione dello status aristocratico della committenza di Niccolò Aurelio, il quale compare tra i magistrati che condannano a morte il padre della sua promessa sposa, accusato di alto tradimento.

Nell’opera manierista “Le nozze di Cana (1563)” di Paolo Veronese, nota per essere stata trafugata durante le spoliazioni napoleoniche, la sposa, seduta accanto al marito appariscente, porta un abito sontuoso e damascato, dove i tessuti preziosi, i gioelli e i capelli finemente raccolti, sottolineano la dichiarazione di potere e di magnificenza sociale, tra saraceni, servi africani, nani e musicisti, in opposizione all’ambiente sobrio descritto dai vangeli, dove avvenne la tramutazione dell’acqua in vino.

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Mentre nel “Banchetto Nuziale (1568)” dell’olandese Pieter Bruegel “il Vecchio”, la fanciulla indossa un abito dalle tonalità verdi, colore legato alla natura e alla fertilità, da cui emergono dettagli bianchi e rossi, arricchito da una corona sui capelli, lunghi e sciolti. Di dubbia identificazione rimane lo sposo, probabilmente impegnato a versare la birra per gli ospiti, o quello impegnato a porgere le scodelle di polenta ai contadini, collocati all’interno di un granaio o di un pagliaio.

Nel dipinto impressionista “La Marcia Nuziale (1883) di Theodore Robinson, la sposa velata con lo chignon, indossa un abito candido, codice sociale legato ai valori morali e alla rispettabilità, accompagnata dall’uomo in abito scuro e borghese, forse memore del suo matrimonio con Bessie Roper.

Nell’autoritratto surrealista “Le due Frida (1939)”, la pittrice, con la tipica l’acconciatura elaborata, ci svela la duplicità del suo essere, da un lato la versione romantica e vulnerabile con abito bianco in pizzo di matrice coloniale ed europea, e dall’altro lato, la versione tenace e rivoluzionaria in costume “tehuana”, di matrice messicana. E, mentre la prima donna, mostra un cuore ferito e una forbice per tagliare la vena sanguinante che imbratta il vestito da sposa, la seconda donna, mostra un cuore integro, e una foto del marito, riflesso del suo matrimonio tormentato con l’artista Diego Rivera (i due si sposano nel 1929, divorziano nel 1939 e si risposano nel 1940).

Inoltre nell’opera cubista e onirica “La sposa dai due volti (1927)” del russo Marc Chagall, la figura femminile con un vestito scollato, bianco e lilla, fluttua nello spazio fiabesco tra la presenza di musicisti e una capra, memore delle sue radici ebraiche. Il viso bifronte della donna, incorniciato da velo e riccioli, identificata con la compianta moglie Bella Rosenfeld, esterna l’unione e l’armonia degli opposti, di cultura orientale, in opposizione al bivio di vizi e virtù, di cultura occidentale.

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Infine nel dipinto espressionista “La sposa del vento (1914)” dell’austriaco Oskar Kokoschka, l’eterea figura femminile, con i capelli semi legati, è avvolta da un drappo fluttuante dai colori freddi. Mentre, insieme all’amato, viene trascinata in un vortice indefinito ed evanescente, carico di tensione emotiva. Uno specchio della drammatica relazione con Alma Schindler, costellata da riconciliazioni e abbandoni, sino all’omicidio simulato e plateale di un fantoccio con le sembianze della donna, conosciuta come la “vedova delle 4 arti”, amata dal pittore Gustav Klimt, giovane sposa del compositore Gustav Mahler, moglie in seconde nozze dell’architetto Walter Gropius e, moglie in terze nozze del poeta Franz Werfel. In conclusione, il vestito da sposa nell’arte attraversa più di duemila anni di storia, non come un semplice indumento, ma segno visibile di passaggio, appartenenza, amore, potere o ferita. E, proprio attraverso la sua rappresentazione, possiamo leggere l’evoluzione della donna e della società stessa.