di Marco Signorile
A Militello in Val di Catania non si è celebrato soltanto un funerale. Si è celebrato un rito collettivo, un abbraccio di un paese intero al suo figlio più illustre. Le piazze gremite, i maxi-schermi, il coro polifonico della Madonna della Stella: tutto raccontava la misura di un addio che sembrava una festa della memoria, un atto di gratitudine più che di dolore.
Le voci si sono intrecciate, da Lorella Cuccarini a Michele Guardì, da Salvo La Rosa a Gigi D’Alessio. Tutti hanno ricordato un uomo che non fu solo televisione, ma porta d’ingresso a un mondo nuovo. «Era il timbro sul passaporto» ha detto D’Alessio: un invito di Baudo in Rai significava riconoscimento, valore, fiducia.
Don Giulio Albanese ha tratteggiato il profilo più vero: Pippo, nonostante il successo, sapeva che «il successo non basta a rendere felici». Nei suoi ultimi giorni lo ripeteva con lucidità, come a volerci lasciare la sua lezione più semplice e più grande: contano il calore umano, la vicinanza, la capacità di guardare oltre i riflettori.
E allora sì, se «la Rai ha perso la sua R», come ha detto D’Alessio, resta il bene seminato. Resta la televisione intesa come incontro, resta l’arte di parlare a tutti con naturalezza e profondità. Resta un applauso che non si spegne: quello di un’Italia intera che riconosce in Pippo Baudo non solo il re del piccolo schermo, ma un maestro di umanità.
Con questo ultimo applauso a Militello si chiude il mio racconto dedicato a Pippo Baudo. Ma di lui non si chiude mai nulla: resta il maestro, resta la voce, resta l’uomo che ha fatto dell’Italia una platea unita.

