di Daniele Castrizio
Tra le dita di un collezionista, la moneta brilla come una stilla di sole antico. L’argento, lucidato dal tempo, restituisce il passo rapido di una quadriga, la corsa di un leone predatore, il volo lieve di una Vittoria alata, il volto calmo di una donna incoronata d’alloro.

È il decadrammo detto Demareteion, e in esso si riflettono, come in uno specchio d’argento, la polvere di un campo di battaglia, l’eco di urla in lingue diverse, il fremito di cavalli e il clangore di armi di ferro e di bronzo. Per comprenderlo bisogna tornare a un’estate lontana, nel 480 a.C., quando a Imera si affrontarono due mondi: non solo greci e cartaginesi, ma due visioni del potere, due destini per la Sicilia.
Non fu solo un urto di eserciti, ma un intreccio di alleanze, tradimenti e ambizioni. Quel giorno, le città calcidesi di Sicilia — Rhegion, Messene, Naxos, Leontinoi e Katane — scelsero di stringere un’alleanza con i Cartaginesi. Non per amore di Cartagine, ma per frenare l’ascesa arrogante dei tiranni dori: Gelone di Siracusa e Terone di Agrigento. Terone, infatti, aveva piegato Imera, città sorella di Rhegion per patti e per sangue, e ciò aveva acceso l’ira di Anassila, signore di Rhegion e Messene.
Ma i calcidesi non versarono sangue in quella giornata. Il loro contributo fu in argento, moneta sonante per arruolare le schiere mercenarie al servizio di Cartagine. La battaglia, però, li condannò: i Cartaginesi caddero in rovinosa disfatta e Siracusa impose il suo giogo. Solo Rhegion e Messene conservarono la libertà, sia pure come città suddite; Leontinoi, Katane e Naxos, invece, vennero assorbite nella morsa dorica.
Fu allora che la propaganda trasformò la cronaca in leggenda. Non più guerra per dominio sull’isola, ma epica difesa della libertà ellenica contro i barbari. E, per rendere il mito perfetto, si fece correre voce che lo scontro fosse avvenuto nello stesso giorno della vittoria di Salamina, quando davvero la Grecia fermò l’onda persiana.
Un oggetto d’argento, però, ha attraversato i secoli come un frammento di verità e di bellezza: il Demareteion. Non una medaglia celebrativa, ma moneta viva, destinata a pagare soldati e distribuire bottini. Porta il nome di Demarete — Damareta nella lingua dorica di Siracusa —, moglie di Gelone. La tradizione narra che, dopo la vittoria, fu lei a piegare l’animo del marito, convincendolo a liberare i prigionieri cartaginesi. Ma pose una condizione: nel trattato di pace doveva figurare il divieto, per i Cartaginesi, di sacrificare al dio Baal i primogeniti maschi al compimento del decimo anno. Cartagine accettò, e in segno di gratitudine le donò una corona d’oro, che divenne parte del bottino di guerra che andava diviso tra gli opliti/cittadini.
Sul diritto della moneta corre la quadriga solare di Apollo, incoronata da una Vittoria alata; in basso, un leone in corsa: il Sole nel Leone, cifra celeste del tempo della battaglia. Sul rovescio, una testa femminile di squisita grazia, cinta d’alloro, avvolta da un nimbo e circondata da quattro delfini in danza. Gli studiosi vi riconoscono ora Aretusa, ora Artemide, sorella di Apollo. Ma gli occhi dei contemporanei vi vedevano il volto stesso di Demarete: sovrana capace di trasformare la vittoria in atto di clemenza.
Così, tra la polvere dei campi di Imera e il lucore di un conio d’argento, sopravvive l’eco di una gentilezza che seppe piegare le leggi feroci della guerra. E guardando oggi quel volto inciso, sembra remoto e irraggiungibile quel tempo in cui una donna poteva far valere la sua voce per salvare vite nemiche e opporsi a leggi religiose barbariche. Una distanza che, più che storica, è morale: e che ci ricorda come la cultura greca e romana resti la radice tenace del nostro umanesimo, bussola da non smarrire nei giorni oscuri e violenti che stiamo vivendo.


