Concorsi e guide enologiche: tra trasparenza, marketing e polemiche

di Piero Artuso

Conflitti d’interesse, autorevolezza delle valutazioni e proliferazione di premi: come orientarsi nel mondo, sempre più affollato, della critica enologica.
Ciclicamente, tornano alla ribalta servizi televisivi e articoli che sollevano dubbi – o veri e propri scandali – sul mondo delle guide e dei concorsi enologici. L’accusa più frequente riguarda i possibili conflitti d’interesse: molte di queste realtà, oltre alla valutazione dei vini, offrono ai produttori pacchetti editoriali e promozionali a pagamento. Un intreccio che, agli occhi di alcuni, rischia di minare l’imparzialità del giudizio.
La galassia di guide e concorsi, in Italia e all’estero, è vastissima. Come enologo e appassionato consumatore, sento il bisogno di offrire un punto di vista diretto, senza pretese di esaustività, ma con qualche elemento per orientarsi.


Due funzioni: didattica e commerciale
Partecipare a una guida o a un concorso ha un valore che, a mio avviso, si declina in due aspetti principali.

  1. Didattico – Ricevere un giudizio esterno, da parte di un degustatore esperto o di un panel qualificato, è sempre utile. Un punteggio – che nelle guide si traduce in calici, grappoli, viticci, e nei concorsi in punteggi derivante da valutazioni visive, olfattive e gustative – offre una fotografia del vino in un preciso momento della sua evoluzione, evidenziandone punti di forza e potenzialità future.
  2. Commerciale – Un buon risultato può diventare un potente strumento di marketing, soprattutto se sostenuto da una strategia di comunicazione efficace, oggi amplificata dai social media e dall’e-commerce. La sola medaglia, tuttavia, non garantisce automaticamente un aumento delle vendite: va integrata in un piano di promozione coerente.

Concorso o guida? Differenze e criteri di scelta
Non tutti i riconoscimenti hanno lo stesso peso. Nel mare magnum di premi e menzioni, distinguere tra concorsi e guide è essenziale.
I concorsi enologici, soprattutto quelli nazionali e internazionali regolati dall’OIV (Organizzazione Internazionale della Vite e del Vino), seguono protocolli rigorosi: anonimato dei campioni, commissioni omogenee composte da degustatori professionisti, limiti al numero di vini premiati (massimo il 30% dei campioni). Degustazioni rapide, trasparenti e svolte in condizioni controllate. Tra gli esempi italiani: La Città del Vino e Vins Extrêmes.
Le guide enologiche offrono invece una fotografia più narrativa del vino, ma la loro autorevolezza è più variabile.
Alcune sono a pagamento, altre gratuite. La qualità dipende da chi degusta, dalla continuità del metodo e dalla chiarezza dei criteri. Preferisco quelle dove il degustatore “ci mette la faccia” e dove le commissioni sono stabili e non itineranti, mi vengono ad esempio in mente il lavoro di Paolo Massobrio o di Luca Maroni, Particolarmente affidabili sono le guide specialistiche, dedicate a un vitigno o a una tipologia di vino specifica ad esempio quella sui “rosati”
Un elemento distorsivo che ho natato negli anni, sono queste figure mitologiche dei “referenti regionali” a cui le guide si affidano quasi in completa solitudine. Ovviamente non tutti i referenti garantiscono la stessa attitudine e capacità valutativa ed anche il loro rapporto stretto con il territorio può creare qualche dubbio .
In realtà è una contraddizione in essere , il referente e la degustazione “alla cieca” mi pare un ossimoro.

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Il nodo dei conflitti d’interesse
Le critiche più aspre riguardano la commistione tra attività di valutazione e servizi promozionali a pagamento. È legittimo chiedersi: un’organizzazione che vende pubblicità ai produttori può valutare con totale imparzialità i loro vini?
A mio parere, la risposta sta nella trasparenza. Conoscere come avviene la degustazione, chi la effettua, in quali condizioni e con quali protocolli, è il modo più semplice per distinguere realtà serie da quelle meno affidabili.


Un mondo affollato che rischia di confondere
Negli ultimi anni, l’offerta di premi, menzioni e riconoscimenti è esplosa, creando inevitabile smarrimento tra appassionati e consumatori. Io stesso, pur lavorando nel settore, trovo difficile orientarmi.
Eppure, concorsi e guide – se condotti con rigore e chiarezza – restano strumenti preziosi per fotografare il valore di un vino e promuoverlo in modo mirato. Il rischio è che polemiche e scandali mediatici finiscano per gettare discredito sull’intero settore, senza distinguere tra realtà virtuose e operazioni di pura facciata.


Conclusione – In definitiva, il consiglio è semplice: non fermarsi al nome di un concorso o di una guida, ma indagare il metodo, la trasparenza e la reputazione di chi valuta. Solo così si può dare il giusto peso a medaglie e punteggi, e trasformare un riconoscimento in un vero valore aggiunto, per il produttore e per il consumatore.