Adriana Asti. L’ultima attrice che sapeva vivere la scena come la vita

di Marco Signorile

Ci sono attrici che si ricordano per un ruolo. E poi ci sono presenze.
Quelle che attraversano il tempo, le mode, i generi. Quelle che, quando si spengono, lasciano una traccia che non ha a che fare con la nostalgia, ma con l’arte. Quella vera.

Adriana Asti è stata tutto questo.
Non potevo non salutarla a modo mio. Da attore, da spettatore, da uomo di teatro. L’ho applaudita più volte in palcoscenico. E ogni volta ho pensato: questa donna non recita, vibra. Non si mette in mostra: si offre. In una nudità emotiva che pochi artisti hanno il coraggio di abitare.

Con lei se ne va un’epoca. Quella delle grandi signore del teatro italiano. Dopo Valentina Cortese, Rossella Falk, Mariangela Melato, Lea Massari – che ho ricordato con affetto – ora tocca a lei.
Cara Adriana, ti alzo il cappello e ti applaudo forte. È il mio ultimo saluto. Ma il tuo sipario non si chiude davvero.

Ironica, colta, imprevedibile, è stata molto più di un’attrice. È stata complice dei più grandi: da Visconti a Strehler, da Pasolini a Bertolucci, da Ginzburg a Testori. Eppure mai schiava della memoria.
Aveva il dono raro di sfuggire alle definizioni. Amava giocare con i ruoli, anche con quelli della vita. Fuggiva da ogni etichetta, e per questo restava sempre moderna. Inafferrabile. Libera.

In un tempo che spesso confonde l’apparire con l’essere, Adriana Asti non cercava la perfezione, ma la verità. Una verità scomoda, spesso nuda, sempre viva. Che si portava addosso come un vestito strappato e meraviglioso, cucito con parole e silenzi.
Sapeva prendersi poco sul serio e prendersi cura di ciò che amava: il teatro, i libri, gli amici. E quel pubblico che l’ha amata senza bisogno di spiegazioni.

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Una vita di teatro, cinema e libertà

Nata a Milano il 30 aprile 1931, Adriana Asti esordì giovanissima con Buio in sala di Dino Risi, ma fu il teatro il suo primo amore. Dopo gli inizi a Bolzano, venne notata da Giorgio Strehler e consacrata da Luchino Visconti con Il crogiuolo. Seguono Rocco e i suoi fratelli, Ludwig, Accattone di Pasolini, Prima della rivoluzione con Bertolucci, allora suo compagno, Il fantasma della libertà di Buñuel, fino a La meglio gioventù di Marco Tullio Giordana.

A teatro è Maria Brasca per Testori, protagonista di Giorni felici di Beckett con la regia di Bob Wilson, Trovarsi di Pirandello, Santa Giovanna di Shaw, e molti altri. Recita anche in francese, riceve il Premio Eleonora Duse e scrive Alcool, portato in scena con l’amica Franca Valeri.
Fu doppiatrice di Cardinale, Spaak, Sassard, Allasio. E nel 2023 raccontò la sua vita a Le Ragazze, con quel tono lieve che solo i grandi possono permettersi.

Attrice colta e carnale, sempre libera, sempre altrove.
Con lei non se ne va solo una donna di teatro. Se ne va un pezzo di spirito italiano.
Ma se restiamo in silenzio, possiamo ancora sentirla. Ridere. Sospirare. Dire con voce sottile: “Non sono un’attrice. Sono solo una che, ogni tanto, sale sul palco e racconta la verità a modo suo.”

E noi, ancora una volta, la applaudiamo.