LA CINTURA NELL’ARTE

di Rossana Lucente

Nell’arte, la cintura non è mai un semplice oggetto, e quando viene scolpita o dipinta, diventa un segno di potere, castità, identità, disciplina o ribellione. Nella scultura greca arcaica, questa sottile fascia sulla vita, visibile nelle figure femminili delle “Korai (560 a.C.)”, enfatizza le pieghe del tipico peplo ateniese. Un dettaglio non casuale per gli artisti classici, secondo cui l’armonia del corpo rifletteva l’ordine cosmico.

Un altro esempio è visibile nella celebre scultura “Diana di Versailles (I-II sec. d.C.)” di Leocro, dea della luna e della caccia, rappresentata con una cintura alta, simbolo della consacrazione del corpo virgineo, in opposizione al corpo libero e sensuale di Venere.

Nell’arte romana, il “cingulum”, impeccabile nelle statue di imperatori e soldati, diventa segno di status e di autorità ma anche espressione di umiliazione sociale, quando questo accessorio veniva sfilato ad un militare. Così, come nel Medioevo, era carica di pressioni morali la famigerata “cintura di castità”, dotata di struttura rigida metallica e serratura frontale, utile a preservare l’onore e la castità delle spose durante la partenza dei mariti in guerra.

Nel Rinascimento, la cintura, diventa un simbolo teologico, come dimostra il pulpito del Duomo di Prato con il rilevo della scena della “Sacra Cintola (1428 – 1438)” di Donatello e Michelozzo, dove la famosa reliquia sarebbe stata donata dalla Vergine a San Tommaso, durante l’assunzione in cielo.

Mentre nel Rococò, i nastri che sottolineano i corpi eleganti delle “Tre Grazie (1770 – 1775)” di Jean-Honoré Fragonard, alludono al vincolo di unità tra Aglaia, Eufrosine e Talia, veicoli di bellezza, gioia e prosperità.

In netto contrasto con le cinture della cortigiana Fillide, utilizzate come redini per cavalcare e sottomettere Aristotele, trionfo dell’eros sulla ragione, umiliandolo persino dinanzi ad Alessandro Magno, a cui il filosofo aveva consigliato di non cedere alle lusinghe del piacere.

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Infine, nell’Arte Contemporanea, la performance “Rhythm 0 (1974)” di Marina Abramović, esponente della Body Art, presenta strumenti innocui e strumenti pericolosi, tra cui cinture, forbici, fiori e boa di piume, non per consentire al pubblico di esplorare la sua fisicità ma per farla sfiorare, serrare, colpire o ferire, tra soggezione psicologica e perversioni sadomaso. Alla luce di questo percorso, la cintura, nell’arte non è mai neutra, stringe, separa, sostiene, controlla o libera. Guardare una cintura in un’opera significa spesso capire chi è davvero il personaggio raffigurato, e in che modo l’artista percepisce il ruolo di quel corpo tra i confini del mondo interiore ed esteriore.

Rossana Lucente