Tatuaggi e piercing nelle arti visive

di Rossana Lucente

Le prime tracce di tatuaggi preistorici scoperti sui corpi mummificati, come quelli lineari e cruciformi di Otzi, sono stati realizzati con pigmenti naturali, vegetali e minerali, tramite aghi ossei, spine appuntite, lame di selce, probabilmente a scopo terapeutico. Mentre quelli della principessa Ukok, con motivi animaleschi della cultura scitica, indicano che il soggetto potrebbe essere stata una guaritrice o una sciamana.

La pratica di incisione del corpo, decorazione pittorica e ornamento con gioielli è testimoniata anche nel corso delle arti visive, come dimostra la scultura della “Venere paleolitica”, archetipo della Grande Madre, con corde intrecciate e frange, interpretate come notazioni numeriche o calendari lunari, legati ai cicli mestruali o agricoli.

Nell’arte egizia, mesopotamica, greca e romana, la pittura sulla pelle e i pendenti corporei sono visibili in contesti cerimoniali, intesi come segni di appartenenza ad una casta o ad una protezione magico-religiosa, spesso indicatori di ruoli prestigiosi come quello del sacerdote o ruoli umili come quello dello schiavo. Come viene evidenziato nella “Figura Femminile (1850 – 1750 a.C.)” egizia in faience, la quale tra i segni misteriosi dell’abbellimento corporeo reca anche l’occhio di Horus, potente talismano nella sua funzione apotropaica.

Nell’Europa cristiana medievale queste pratiche, proibite dalla religione, scompaiono quasi del tutto, ma sono sopravvissute nelle culture esotiche ed arabe, dove gli ornamenti temporanei all’henné sono consentiti per la protezione contro il malocchio e in occasione delle cerimonie nuziali.

Dal XVII al XIX secolo, esploratori e artisti registrano pitture e monili corporei nelle civiltà polinesiane, africane e amerindie. Come dimostrano le sculture “Tekoteko Maori (1820)” del popolo Te Arawi, con i tipici motivi tribali e le intricate incisioni a spirale, veicoli dei valori dell’albero genealogico, del clan familiare e dello status di onorato guerriero. Così come si riscontrano nella “coppia africana di statue (900′)” in legno, caratterizzata dai particolari “dischi labiali” che amplificano la bellezza indigena e dalle cicatrici in rilievo, veri marchi identitari di una tribù o di un rito di iniziazione, dove la cruenta “scarnificazione” rafforza il passaggio dall’età infantile all’età adulta. Non a caso l’uomo regge un oggetto fallico in mano, atto a potenziare il potere sociale, l’energia vitale e la virilità maschile.

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E nel “vaso antropomorfo” della cultura moche del Perù (100 a.C – 200 d.C) provvisto di “septum” nasale, ornamento magico in osso, conchiglia, argento, oro o giada,  favorevole alla connessione con la natura e con il mondo degli antenati.

Infine nelle singolari raffigurazioni pittoriche e plastiche della divinità induista “Kali”, generatrice e distruttrice, dove il “nostril” alla narice, semplice o sfarzoso, simboleggia la forza femminile e la sovranità spirituale di una entità superiore, alla quale nel Bengala si offrivano sacrifici umani. Inoltre il brillantino al naso è portato anche dalla dea del matrimonio sacro “Parvati”, seconda moglie di “Shiva”, come si evince dalle sculture policrome del “Tempio Kapaleeswarar (1873)” di Colombo nello Sri Lanka, consigliato alle donne nubili per rendere meno doloroso il parto e la fase premestruale.

Anche se nell’immaginario collettivo occidentale, la manifestazione sul corpo di interventi pittorici e applicazioni di bijoux al naso, sopracciglia, ombelico, capezzoli e genitali nasconde inconsciamente una valenza negativa, in quanto associati a popoli selvaggi, galeotti, marinai, pirati e zingari. Dal XX secolo, con l’avvento della Body Art, i tatuaggi e i piercing diventano non solo elementi estetici, ma veri linguaggi artistici, come evidenzia l’artista francese Orlan, nell’opera “Autoibridazione africana (2000)”, la quale utilizza le tecniche digitali per mescolare il suo volto con immagini primitive, come critica alle norme sociali e ai codici religiosi, imposti dal mondo occidentale.

La storia dell’arte ha svolto dunque il compito di documentare, idealizzare e reinterpretare, tecniche, materiali e funzioni dei tattoo e dei gioielli corporei, rivelando il dialogo millenario tra corpo umano e creatività.