IL NAIMA E IL JAZZ IN EMILIA-ROMAGNA

Di Michele Minisci

Nel frattempo, i nostri primi concerti andavano avanti, a volte con entusiasmo, a volte con scoramento, quando dovevamo ricorrere alle nostre tasche per ripianare qualche buco, qualche falla. E in prevalenza erano le mie tasche a essere toccate, perché ero io quello più motivato, più appassionato, perché mi sentivo il più responsabile in quanto la scelta degli artisti alla fine ricadeva tutta su di me, e la cosa mi faceva naturalmente piacere. Cominciare a prendere contatto con le grandi agenzie di jazz e trattare il cachet dei vari artisti più o meno famosi era un’esperienza inebriante. Erano scariche di adrenalina pura. All’inizio mi facevo guidare dall’esperienza e dalla conoscenza di chi ne sapeva più di me, ma col passare degli anni mi sono basato sempre più sul mio istinto, sul brivido che provavo quando trattavo un artista famoso piuttosto che un altro e riuscivo a metterlo in programma.Certo, non potevamo mica chiamare i grossi nomi dai cachet improponibili, prima di tutto perché le grandi agenzie volevano un anticipo pari al 50% del cachet (e chi ce li aveva?), poi perché, all’inizio, di contributi da parte degli enti locali nemmeno l’ombra. E io l’avevo capito fin da subito che la musica di qualità da sola non pagava, ci voleva il sostegno dell’Ente pubblico. Ma abbiamo portato ugualmente a Forlì tanti bei nomi del jazz italiano e internazionale. Nel frattempo avevamo raccolto attorno a noi lo zoccolo duro degli appassionati della Romagna, più di duecento persone. Conservo ancora il libretto azzurro con i nomi e gli indirizzi dei primi soci.A quei tempi in Emilia Romagna il jazz si suonava solo al «Ravenna Jazz Festival», per tre sere d’estate, alla Rocca Brancaleone; a Ferrara-Comacchio ad opera del Ferrara Jazz Club, sempre per tre serate in estate; a Riccione, nella Rassegna «Bravo Jazz» organizzata dal Blue Note Club, sempre per tre sere, qualche volta in inverno; ogni tanto alla cantina del Doctor Dixie di Nando Giardina, a Bologna, per pochi intimi, tra cui Pupi Avati e Lucio Dalla, dopo che il bel «Jazz Festival» bolognese, supportato da quel grande promoter che è stato Alberto Alberti e poi da Sandro Berti Cerone, era entrato in una profonda crisi. Il Music Inn, il Chet Baker, e la Cantina Bentivoglio sarebbero nati molti anni più tardi. E poi basta, il vuoto assoluto. Questo era il jazz che si «faceva» a quei tempi in Emilia Romagna. Ma quasi in tutto il nostro Paese la situazione era la stessa. Con la rara eccezione di “Umbria Jazz”, pur con meno smalto degli anni precedenti.

Leggi anche  La notte che si bruciò il Jazz