La Dama di Sibari: costumi, acconciature e monili della Magna Grecia

La famosa “Dama di Sibari (VII sec. a.C.)”, raffigurata nella statuetta fittile proveniente dal Timpone della Motta di “Lagaria” (ubicata nel territorio di Francavilla Marittima), rappresenta una delle testimonianze più affascinanti dell’arte e della cultura della Magna Grecia arcaica.

Questo piccolo manufatto non è solo un oggetto artistico, ma una preziosa fonte per comprendere i costumi, le acconciature e i monili delle élite femminili dell’antica città fondata da Epeo, noto per essere stato il costruttore del cavallo di Troia (pericolo profetizzato invano da Cassandra), e di cui si conserva il “cenotafio” commemorativo nella necropoli di Macchiabate.

I frammenti della “Dama di Sibari”, paragonati alle altre terrecotte votive, ci lasciano intuire dei lunghi capelli con trecce perlinate, con frangia a boccoli sulla fronte, coperti dal presunto e rigido copricapo “polos”, un abito aderente parzialmente integro, dotato di corpetto con un motivo a squame, maniche a tre quarti, e un grembiule legato alla vita da una cintura.

L’abito, suddiviso in 4 settori da linee ondulate, (rievocazione delle onde marine e delle conchiglie), presenta il drammatico gesto di Aiace che trasporta il corpo esanime dell’amico Achille con l’elmo piumato, una fila di Korai e una fila di Efebi nudi che danzano un onore dell’eroe (mentre il fumo delle sue ceneri sale al cielo), e due Sfingi alate, segni del confine tra umano e divino. Nella mano destra della figurina è ben visibile un fuso, il quale, insieme alle scene mitologiche, conferma l’identità della Dea Athena, protettrice dei guerrieri Greci, durante la guerra tra gli Achei di Agamennone e i Troiani di Priamo, e, custode delle tessitrici e delle ricamatrici, le quali erano dedite alla realizzazione del peplo sacro anche sull’acropoli del Timpone Motta, come testimoniano le “offerenti di tessuti (VI sec.a. C.)”, e, i “pesi da telaio” (incisi con motivi a “dedalo”, memori del labirinto cretese dove era stato confinato il mostruoso Minotauro, ucciso da Teseo, e, condotto all’uscita grazie al filo di Arianna). Oggetti di culto già preservati dagli stessi italici, gli “Enotri” (termine legato alla ricchezza dei vigneti del territorio), devoti ad una misteriosa “Dea del Telaio” venerata nei templi lignei del Timpone Motta, lambito dal fiume Raganello, prima di assimilare i culti greci come Athena, Dioniso e Pan, in un’ area frequentata sin dal Bronzo Medio (prima della fondazione di Sybaris nel 720 a.C., e, distrutta da Kroton nel 510 a.C., declinata successivamente in Thurii e Copia).

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Inoltre, come dimostrano i reperti rinvenuti nelle sepolture di Macchiabate, l’abbigliamento femminile veniva impreziosito da accessori come i “monili bronzei (VIII sec.a. C.)”: anelli, armille (bracciali), fibule (spille), falere (dischi), scettri, amuleti (coppietta, scarabeo, ochetta), collane di pasta vitrea orientale e perle di ambra balcanica. Le altre coroplastiche, trafugate dal sito archeologico francavillese (confluite nelle collezioni di Berna, Copenaghen e Malibu, prima di ritornare nel Museo Archeologico Nazionale della Sibaritide), illustrano le figure di “oranti (650 – 625 a.C.)”, “devote” e “sacerdotesse” con le braccia alzate (come la “Dama dei papaveri” di Creta), una lunga tunica con cintura caratterizzata da una triplice fila di borchiette, e file di perline tra i capelli sciolti e ondulati. Un’altra tipologia, identificata con una “divinità (620 – 625ca.C.)”, porta l’alto copricapo “polos” sui capelli intrecciati, una corta mantellina, l’himatio sulle spalle, e un abito liscio tubolare, arricchito sul retro da un fregio a spirale, simbolo della rinascita e del ciclo vitale.

La “Dama o Dea di Sibari” è quindi molto più di una semplice pinax, oggetto di scavi clandestini, ma risulta un documento storico che racconta il gusto, la moda e i valori della Magna Grecia. Attraverso i dettagli dell’abbigliamento, della pettinatura e dei gioielli, emerge il ritratto di una società raffinata, attenta all’estetica e profondamente legata alle proprie tradizioni culturali.